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Fabio Geda – Se la vita che salvi è la tua

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Siete persone fredde e risolute, talmente sicure di voi stessi da governare il corso della vita a vostro piacimento? Capaci di maneggiare abilmente il destino e di non sbagliare un colpo? Inossidabili decisionisti e fermamente padroni del vostro futuro? Allora cambiate canale, questo libro non fa per voi.

A meno che non vi incuriosisca dare una sbirciata dall’altra parte della barricata. Già, perché Se la vita che salvi è la tua è il ritratto di chi affida la propria vita al fluttuare degli eventi. Di chi accetta di farsi cullare dalle onde della vita, accettandone tempeste e calma piatta. Di chi è naturalmente accondiscendente, per gentilezza e premura. Di chi fatica a dare una direzione alla propria esistenza. Di Andrea e della sua naturale propensione a non decidere. Salvo provare, di tanto in tanto, a cambiare rotta e quasi sempre arrivare tardi.

Ma lui, in fondo, è uno di noi. Aspirante qualcosa ma per nulla determinato ad ottenerlo. Andrea, la cui vera forza sembra essere quella di sapersi adattare e plasmare ad ogni tipo di situazione, senza la presunzione di volerne uscire vincente. Dal precariato all’accattonaggio, dalla vita coniugale alla completa clandestinità. In fondo, la capacità di adattamento agli eventi è pur essa una dote ed Andrea ne dimostra parecchia. Ed in ogni condizione riesce a racimolare scampoli di ammirazione e affetto.

E’ vero, ogni tanto tra le pagine viene voglia di spronarlo, di dare una sferzata alla sua apparente indolenza. Ma il più delle volte si ha la sensazione di riconoscersi, in Andrea. Di entrare nei suoi panni. Desiderare di sedersi accanto a lui e raccontargli di quella volta che, per un pelo, non siamo riusciti a cambiare la nostra vita. Perché il destino o chi per lui era passato un attimo prima. Ed evidentemente aveva progetti diversi dai nostri.

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Marco Franzoso – Il bambino indaco

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Ho comprato questo libro un paio di mesi fa, e contrariamente alle mie abitudini, e alla mia lista infinita, ho deciso di farlo passare davanti a tutti gli altri, incuriosita anche dalle parole di Laura del blog La Libridinosa che l’aveva appena letto, e ne aveva l’amaro in bocca. Cosa ho trovato io, in questo libro? Una storia horror. Di quelle in grado di tenerti sveglio e terrorizzato anche in pieno giorno. Di farti avere attacchi d’ansia e ripensamenti quando fai bilanci nella tua vita, o guardi le persone che vivono con te, nella tua stessa casa, e ti chiedi improvvisamente se le conosci, se ne vedrai mai il mostro ottuso, se cambieranno mai, se ti parleranno e ti considereranno sempre senza odio. Nessun vampiro, nessun Freddy Kruger, nessun Jason da Venerdì 13, nessuna creatura aliena dai mondi paralleli di Lovecraft. I mostri di questa storia che ho definito impropriamente horror, sono quelli che dormono nei nostri corpi di esseri umani, di cui dubitiamo persino l’esistenza, e ci rallegriamo quando non ne vediamo traccia allo specchio, e tendiamo a considerarli per questo alla stessa stregua dell’Uomo Nero con cui ci spaventavano da bambini per farci dormire. Spauracchi che non esistono, non sono reali. E chissà poi cosa ci vuole, per farli uscire, sempre che esistano…grandi tragedie, grandi lutti. Oppure, come in questo caso, un evento del tutto umano, normale, quasi banale, ma sempre straordinario ogni volta che si verifica, a tutte le latitudini del mondo.  Carlo e Isabel sono una coppia di giovani uguali a molte altre, che si dividono tra Padova e Treviso, in una relazione gioiosa e pacifica, prima di unire le vite in un matrimonio molto desiderato e visto come il punto di partenza per una vita intera di progetti magnifici. Carlo è un piccolo imprenditore, con i piedi per terra, con precedenti esperienze sentimentali poco felici, e molto coinvolto nell’atmosfera di intimità e di pace in cui Isabel, bella ragazza svizzera dall’atteggiamento consapevole e spirituale, ha saputo accompagnarlo. Quando lei scopre di essere incinta, la perfezione di quel mondo a due è consolidata e cristallizzata. Apparentemente. Una notte, Carlo è convinto di sentire Isabel piangere in bagno, ma alle sue richieste di spiegazione, la moglie non risponde se non veloci rassicurazioni. Da quel momento in avanti, il porto intimo della vita di queste due persone si sbriciola pezzo per pezzo, inesorabilmente. Non c’è verso di fermare la corsa verso la distruzione finale, nonostante tutti i disperati  e tardivi tentativi almeno di deviarla. Non anticipo nulla degli avvenimenti, che si possono anche intuire piuttosto facilmente. L’autore ha saputo raccontarli trasformando la morbidezza delle parole che descrivevano il rapporto prematrimoniale dei due protagonisti, nella successiva incredulità, durezza, odio, cospirazione, dolore, estraniamento che man mano hanno fatto irruzione nelle tre vite coinvolte. Attraverso gli occhi di Carlo, vediamo Isabel trasformarsi in un autentico mostro: non esiste più la ragazza bella, morbida, innamorata dell’arte, studiosa di spiritualità, creatrice di oggetti belli per sé e la propria casa. Muore lacerata dagli artigli del gelido ideale di madre superiore, perfetta accuditrice di un figlio sano e forte, che la porta a isolarsi cieca nella sua fortezza di consapevolezza e a considerare gli altri e il mondo oscure minacce mortali da tenere a bada, a colpi di diete, incensi, meditazioni, rimedi naturali, alimentazione sana e povera. Spinta dal suo desiderio abnorme di essere una madre totale, Isabel diventa cieca e sorda. L’unica cosa che concepisce è che lei, e il marito, devono sforzarsi. Devono dare il massimo, insieme, devono sforzarsi, sforzarsi, sforzarsi. In alcune pagine che raccontano i primi inizi della corrosione della natura umana di Isabel, questa è la parola più usata, e ricorre come un’arma scagliata ad ogni piè sospinto, per soffocare ogni tentativo di comprensione, e di richiesta. Il marito diventa un problema, un aguzzino che non la capisce, che non vuole accompagnarla nella sua missione di proteggere suo figlio dall’inquinamento mortale del mondo, che ha smarrito se stesso e i ritmi della vita. Il figlio diventa un problema, ha bisogno di troppe attenzioni, troppe cose per crescere, spinto da una preponderante fame primordiale. Mentre accusa il mondo di essersi smarrito, Isabel smarrisce se stessa sempre più, fino a prendere decisioni terribili e disumane per il suo stesso bambino. In tutto questo, Carlo assiste quasi cieco e paralizzato. Probabilmente è difficile capire, per un uomo, perché l’istinto di una madre, di solito volto alla vita, segua la direzione totalmente contraria, pur mantenendo la convinzione di agire per il bene.  Pur sforzandosi di aiutare sua moglie e suo figlio, Carlo sembra sempre arrivare in ritardo, e agire sempre troppo lentamente, come se vivesse in un sogno brutto e malsano, dove i movimenti sono appannati e rallentati. Si rifiuta di credere che l’inferno faccia parte della sua realtà, e ci vorrà molto tempo perché lo guardi in faccia, ben oltre il tempo scandito dalle pagine stesse. L’azione definitiva, per una parte della storia, verrà compiuta da un’altra donna, la madre di Carlo, che accetta senza vacillamenti di esporsi ad un danno irreversibile per fermare il cammino impazzito della locomotiva Isabel, senza più controllo.

Come ho detto, questa mi è sembrata una storia horror, una di quelle che mi terrà sveglia, a riflettere. E’ uno dei lati dell’Estate al Femminile, quelli che stanno più volentieri tra le ombre. Non essendo madre, non so capire perché e che cosa, nell’alchimia che trasforma una donna in madre, sia andato storto e si sia pervertito. Posso solo presumere che la terribile “ansia da prestazione” di cui sono generalmente afflitti gli uomini in certi campi delle loro azioni, tenda a colpire in questo modo le donne, soprattutto quelle più esposte e insicure, trasformandole in nutrici cieche e mortali. Mi vengono in mente i centinaia di casi di cronaca, in cui le madri non reggono le pressioni cui loro stesse si sottopongono con crudeltà, e distruggono se stesse e le famiglie che hanno creato. Isabel capisce bene che i ritmi di vita seguiti nell’Occidente non seguono più quelli della vita universale, ma questa sua consapevolezza finisce per alimentare le sue ansie, piuttosto che spronarla a rafforzarsi e a cercare e mantenere un equilibrio spirituale sano. Le viene detto che il suo bambino sarebbe stato una creatura speciale, di qualità superiore, un bambino indaco, e Isabel, nel tentativo di essere all’altezza di questo dono, perde completamente di vista la sua capacità di costruire per proteggere, e si isola, allontanando tutto e tutti. Nel libro, la questione della superiorità del bambino non viene mai affrontata apertamente, né viene smentita, affermando che si tratta di un “normale” essere umano. Tuttavia, non posso fare a meno di domandarmi se, per ogni madre, il proprio bambino non sia in fondo un “indaco”, un essere speciale, a prescindere dal fatto che lo sia sul serio!

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Paolo Negro – Clone

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Se mi leggete spesso ormai sapete che da qualche tempo mi diverto a seguire le condivise del gruppo “I thriller di Edvige” che, con il blog Del Furore di aver Libri che curo con Loredana, collaborano e lanciano mensilmente. Possono essere nuove uscite, autori sconosciuti ai più o con cui tutti noi addetti ai lavori collaboriamo, ma le letture scelte sono sempre thriller o polizieschi.

Questo mese è stato scelto Clone di Paolo Negro. Thriller sì, ma definirlo solo storico è molto riduttivo. Non voglio entrare nel merito della trama che potrete trovare sui mille siti internet, ma sulla sfaccettatura religiosa.

Credenti o non credenti siamo davanti ad un dilemma. La Sacra Sindone viene trafugata, così come l’Autoritratto di Leonardo: lo scopo è rubare entrambi, o gettare nello scompiglio le certezze dei numerosi esami che certificano l’autenticità del Sacro Lino? E chi sono i due uomini trovati morti in circostanze molto strane? Tutti personaggi collegati al Vaticano e alla Chiesa o ladri maldestri finiti in qualche misteriosa trappola?

In tanti tratti mi sono trovata a paragonare il libro di Paolo negro con il Codice Da Vinci che tanto mi ha appassionata tempo addietro. Ambientato in una Torino descritta con maestria, da Palazzo Madama, ai portici di via Po, me la sono gustata. Si legge tra le righe l’amore dell’autore per la città, la si respira e anche chi non la conosce non potrà che apprezzarla. Il Vicequestore Franco Barbieri, burbero, solo, ma sempre molto attento nei particolari del suo lavoro; imparerete ad amarlo e ad odiarlo, impulsivo, diretto, ma con un cuore pieno di amore. La sovraintendente della Biblioteca Reale di Torino Greta Desantis, un personaggio per molti motivi in secondo piano, ma che durante lo svolgimento della storia catturarà l’attenzione del lettore per la sua tenacia, per la sua voglia di vivere anche se tutto le sta togliendo le forze per continuare a combattere per vivere. Monsignor Perotto, il terzo pesante personaggio intorno al quale tutta la vicenda si svolge, racconterà tutta la verità al vicequestore per la risoluzione del caso? Ometterà particolari storici che aiuteranno a capire la verità? Ma in fondo il nocciolo della questione è capire chi ha ucciso i due malcapitati o dipanare la storia, le guerre religiose, le confraternite segrete e occulte?

Prima della fine del libro farete la conoscenza di Tommaso, un ragazzino uguale a tanti ma che in questo caso vi accompagnerà al finale del libro; un finale aperto, dove ogni lettore potrà decidere quello che è meglio per se stesso e per le proprie convinzioni.

Il titolo, questo misterioso titolo Clone, cosa immaginate possa entrate in tutta questa faccenda a tratti forse troppo religiosa, ma che altro non è che una lezione di storia antica?

Ve l’ho detto non è il solito thriller, è un intreccio molto ben congeniato tra verità e fantasia. Segreti e colpi di scena, in fondo chi da sempre ama la storia del Sacro Graal e tutte le storie che il Vaticano cela, non potrà che amare il Clone.

Se volete dare risposte alle tante domande che vi ho posto leggete il libro di Paolo Negro, non ve ne pentirete.

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