Luoghi di libri

Paolo Giordano – Divorare il cielo

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C’è un po’ di tutto in Divorare il cielo. La spensieratezza delle vacanze da adolescenti. La forza struggente di sentimenti capaci di divorare l’anima. I drammi e le contraddizioni di una giovinezza anticonformista. L’eccesso di spiritualità e di una natura vissuta in maniera estrema.
Tutto raccontato con gran ritmo e incontrollata turbolenza emotiva da Teresa.

Dalla regolarità della vita torinese alle rituali vacanze in Puglia. Nuovi legami ed esperienze al limite dell’esoterico. Bern, figlio non figlio, fratello non fratello, tanto inaccessibile da risultare irresistibile. Il fascino misterioso di inconsueti concetti di spiritualità. E l’estremo rispetto per la Natura, prima di tutto.

Poi si cresce. I legami sembrano sgretolarsi per poi tornare a saldarsi in maniera ancor più solida. La masseria al centro di tutto. E ancora quella sorta di rispetto accecante, fin fastidioso, nei confronti dei ritmi della natura; roba che, a confronto, il biodinamico risulta pratica invasiva.

Ma ormai anche la vita di Teresa è diventata quella roba lì. Forse per convinzione, forse per compiacere Bern e i suoi compari. Una simbiosi apparentemente perfetta tra donna, uomo e natura; dov’è quest’ultima, però, a dettare i ritmi.

Vent’anni di Teresa scanditi a ritmo notevole alternando episodi vissuti in prima persona a racconti in flashback; il tutto a comporre un puzzle letterario avvincente e ben congegnato. Personaggi interessanti, quelli che ruotano intorno alle figure di Teresa e Bern. E tanti risvolti amari in una storia sentimentalmente tutt’altro che lineare.

Passa in fretta, il libro di Paolo Giordano, come i bei libri. E lascia in bocca il gusto agrodolce di quando non capisci bene se il finale sia ciò che avresti voluto oppure no. Perché, va bene tutto, ma per fare una cosa del genere non devi essere proprio in quadro…

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Alessandro Perissinotto – Semina il vento

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Altro giro altro libro. Probabilmente lo avete letto sul Blog Del Furore di aver libri, anche qui collegato, ormai da qualche mese a Rosta si svolge un Gruppo di Lettura a cui possono partecipare proprio tutti. Ad ogni incontro si stabilisce un nuovo libro da leggere. Nell’ultimo evento abbiamo analizzato Semina il vento di Alessandro Perissinotto di cui ora vi parlo.

Inizio con il dire che è un libro uscito nel 2011 in prima pubblicazione, ma attualissimo oggi. Incontriamo Giacomo e Shrin, i due protagonisti, di cui è raccontata la loro storia d’amore dal primo incontro, che passa attraverso fasi della vita normalissime, fino a incagliarsi in qualcosa di più grande della loro unione. Passiamo attraverso un’Italia e una Parigi in piena immigrazione, conosciamo l’amore enorme che unisce i due personaggi, la tradizione che manca nella vita di lei, ma che è presente nella vita di lui. Ci perdiamo in una Parigi già grande città, dove tutto passa velocemente, ma dove per cercare personale, un barista nell’annuncio scrive “si ricerca personale fantasioso”, che vuole dire molto sul quanto è difficile trovare persone volenterose e piene di iniziativa da inserire negli organici; ma ci troviamo anche in un paese vicino a Vercelli dove tutto avviene in comunità, dove le notizie si apprendono al negozio di alimentari del paese, dove tradizione, costumi e dialetto sono alla base di tutto.

Shirin lasciata Parigi per scelta si troverà a Molini, in un paese che apparentemente la fa sentire come integrata, ma che con il passare del tempo la metterà in disparte additandola come immigrata, come non gradita. Passeranno periodi in cui sembra che tutto proceda nella solita routine, ma qualcosa di mai colmato si rompe all’interno degli equilibri della donna, cresce l’odio, le crepe diventano crateri e tutto precipita.

Non avevo mai letto Alessandro Perissinotto, una penna tagliente, senza troppi fronzoli, dritta al punto, ma che sempre mantiene lucidità senza mai perdersi o inabissarsi. Questo è un libro emozionante, attuale, spesso ho dovuto lasciare le pagine per far depositare il messaggio, per farmi delle domande e per cercare delle risposte sul mondo che mi circonda, che vorrei cambiare ma che posso solo scalfire. Una lettura che mi ha disarmata, arricchita, messa in guardia. Leggetelo se vi capita, non potrà che aumentare il vostro bagaglio culturale.

E ricordate: se seminate vento, raccoglierete tempesta, sempre!

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Paolo Genovese – Il primo giorno della mia vita

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Metti quattro anime in cerca di se stesse a zonzo tra New York ed il New Jersey.

Metti un angelo custode alla loro guida. Metti a confronto quattro drammi personali tanto profondi da indurre a mollare tutto. Metti l’opportunità di una seconda possibilità.

Fondi tutto con una regia impeccabile ed un ritmo di quelli che ti obbligano a sacrificare preziose ore di sonno per scoprire cosa c’è dopo.

Ecco, Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese è questa cosa qui. Una settimana di viaggio di quattro disperati che hanno appena deciso di farla finita. Uno sguardo diretto e incontestabile a ciò che si è deciso di lasciare. Con la fantastica possibilità di capire e, volendo, di tornare indietro.

Uno di quei libri che ti fa chiedere “Che fine fanno i personaggi di un romanzo dopo che questo è finito?… È un po’ come se morissero“. Ma anche no.

C’è di tutto un po’, qui dentro. L’inquietudine ed il disagio di ciascuno verso la vita e i propri drammi. L’apparente incapacità ad affrontarli. La difficoltà e le conseguenze di scelte che sembrano salvare noi stessi e che pesano come macigni su tutto il resto. Luoghi ben caratterizzati e musica, tanta musica.

Passaggi comici, a tratti commoventi; pugni nello stomaco, dati con leggerezza, per chi entra nel racconto e si immedesima nei personaggi.

Una storia tanto finta, tanto impossibile, da apparire vera. Da volerci credere.

Non tutto andrà sempre bene. A volte quasi mai. La vita è una prova continua. A volte sta stretta. Basta non smettere di credere nella felicità. E provare a crescere.

Affidarsi al proprio angelo custode, lasciarsi guidare: “Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla“.

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Joel Dicker – La scomparsa di Stephanie Mailer

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Questo mese, con il gruppo di letture condivise a cui sono associata, abbiamo dato spazio all’ultima creazione di Joël Dicker. Lettura impegnativa per la mole di carta che dovete trascinarvi dietro se optate per leggere il cartaceo, ma se scegliete l’ebook tutto diventa un po’ più leggero.

Non posso dire, per quanto mi riguarda, che sia un libro che ho amato: ci sono state troppe cose che mi hanno resa scettica. La lettura è scorrevole come è sempre stato anche nei suoi lavori precedenti, ma c’è stato un punto del libro nel quale ero quasi annoiata dal non procedere della storia, ma assolutamente risoluta a scoprire l’assassino. Per il mio modo di essere lettrice è un libro con troppi personaggi, e non tutti legati alla storia: qualcuno probabilmente inserito per depistare, ma veramente la quantità di elementi da memorizzare mi ha spesso messa in confusione. Altro elemento che non ho amato è la lunghezza della storia, che tra le altre cose ho trovato interessante, ma in certi tratti troppo prolissa e dispersiva.

Consiglio la lettura? Sì, assolutamente sì, perché gli elementi di disturbo che ho incontrato io, magari non sono i vostri e nel complesso è un libro che un lettore deve avere nel suo bagaglio.
Ci sono state pagine in cui avrei fatto volentieri un salto all’interno della trama per picchiare qualche personaggio, ma ho amato molto Anna, risoluta, di carattere, che non si spezza e non si abbatte nonostante tutto le sia avverso. Anna crede in quello che ama e lo fa con una passione e una determinazione che non le fanno mai perdere le coordinate. Poi ho tifato per Jesse e Derek, per la loro amicizia, per quello che hanno dovuto affrontare, per le carriere che hanno scelto di accantonare, perché la squadra spesso è l’arma vincente.

I salti di tempo sono sempre stati chiari, non mettono mai in difficoltà il lettore e le descrizioni dei luoghi sono sempre accurate, non ci si sente mai smarriti.
Probabilmente è uno di quei libri che non rileggerò, ma sono contenta di essermi persa nelle pagine di questo meraviglioso festival che alla fine è il nocciolo dell’intera questione.

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