Maurizio Blini – La ragazza di Lucento

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Uscito poco prima del Salone del Libro per Fratelli Frilli Editori, questo libro appartiene alla schiera dei “Torinoir”; l’autore, Maurizio Blini, è cofondatore della suddetta associazione, cui appartengono anche Enrico Pandiani, Fabio Girelli, Patrizia Durante, Rocco Ballacchino e diversi altri scrittori.

L’ho iniziato avendo la sensazione inquietante di “dover stare attenta”. Non so a cosa di preciso, ma le sensazioni che hanno l’aspetto di premonizioni non hanno mai un aspetto definito e rassicurante. Ho trovato ad aspettarmi una storia trascinante che mi ha agganciato subito con forza e che non ha mai mancato di disturbarmi, in sottofondo. Un disturbo sottile, non troppo doloroso, ma fastidiosamente irritante, come succede quando si è pizzicati ripetutamente.

Corre l’anno 1990 e siamo a Torino, e più precisamente nel quartiere noto come Lucento, nella zona nord-ovest della città. Un quartiere con una storia antica, che si è tuffata in quella industriale, assumendo i contorni di “popolare”, in contrapposizione a quella borghese e a sprazzi nobiliare del centro. Il poliziotto che ci racconta il libro, Maurizio Vivaldi, è impegnato in un trasloco; o meglio, sta liberando la sua vecchia scrivania nell’appartamento del padre, in procinto di spostarsi in campagna. Si muove lento, un po’ pensieroso davanti a quel taglio con il passato. Mentre libera i cassetti, in mano gli cade un barattolino di vetro. Un innocuo barattolino che contiene una pallina di carta. Un bigliettino di quelli di scuola, per comunicarsi le soluzioni dei compiti, un messaggio di una cotta, uno scherzo? A giudicare dal brivido che gli fiorisce nella schiena, pare qualcosa di peggio. Maurizio piomba nel passato, 16 anni prima, e più precisamente nel maggio 1974, quando quella pallina schizza letteralmente tra i piedi suoi e dei suoi migliori amici dell’epoca, Luca e Franco. Proviene da una delle cantine degli edifici che stanno costeggiando per tornare a casa. Tre ragazzi adolescenti carichi di energia e di sogni, che si buttano a giocare a calcio con quella pallina, emulando i movimenti dei loro calciatori preferiti. Alla fine del gioco, uno di loro vorrebbe aprire quella pallina e scoprire se c’è qualcosa da leggere, ma viene fermato: no, facciamo un altro gioco, una scommessa. Cerchiamo di indovinare cosa c’è scritto, la teniamo chiusa per un po’ e poi la apriamo per vedere chi si è avvicinato di più, vincendo. E’ il nostro segreto!

Sono adolescenti, in perenne ricerca di mistero, adrenalina, novità. Acconsentono. E passano 16 anni, fino a quel momento del trasloco.

Maurizio rintraccia i vecchi amici di un tempo, ormai dediti ad altre vite e strade, li convoca per una serata in un pub per aprire insieme quel messaggio. Sembra una bella occasione per una rimpatriata, no? E magari ci scappa una cena gratis, offerta dai perdenti… Maurizio si induce all’allegria. Il brivido del ritrovamento non è scomparso. È ancora lì nella sua schiena, a ricordargli che c’è qualcosa di disagevole, in quel messaggio dimenticato. Sensazione che verrà confermata e ampliata una volta aperto quel pezzo di carta: era una richiesta di aiuto, da parte di una ragazza rapita e poi scomparsa nel nulla. Un caso che 16 anni fa aveva fatto scalpore, poiché si trattava di una ragazzina dodicenne uguale a chissà quante altre, con un nome dolce come Giulia e con lo zainetto colorato da studentessa, un’amichetta del cuore, tanti sogni e una vita tutta da tessere, che non aveva più fatto ritorno a casa da scuola, improvvisamente. Da un momento all’altro, di lei si perdono le tracce. Gli investigatori non riescono a far luce sul caso, seguono mille piste, tra lo scatenamento dei media che tirano in ballo storie anche imbarazzanti, mentre la famiglia, composta dai genitori e un fratello e una sorella, cade traumatizzata a pezzi.

Quello stesso trauma di rottura si verifica in Maurizio, quella sera. Determina di scoprire cos’è capitato a quella ragazza, e non solo perché è un poliziotto. I sentimenti che entrano in ballo qui sono forti, capitanati da un senso di colpa devastante. Sarà solo, però, nella sua ricerca: i due amici lo abbandonano molto presto. Non vogliono sapere, non sono interessati, non li tocca minimamente quella storia: magari è andato tutto a finire bene e non l’hanno semplicemente saputo. E poi… è passato tanto tempo e nessuno di loro ha voglia di rischiare qualcosa, se non ci fosse stato un lieto fine.

Maurizio si addentra comunque in quella storia dimenticata. Lo affianca Alessandro Meucci, ispettore esperto della sezione omicidi, di buon intuito e grandi capacità. Tra difficoltà, omissioni, reticenze, tentativi di depistaggi, dipanano una storia horror in cui gli orchi si cibano indisturbati e protetti di vite altrui. Maurizio non molla, per quanto angosciato ed esasperato e arriva fino alla fine, scoprendosi cambiato, rafforzato. L’indagine su Giulia ha contribuito all’indagine su se stesso e a fargli superare un confronto quasi sempre deprimente.

Avevo parlato di un disturbo, all’inizio. L’ho identificato come un sussurro stridente che parte in sottofondo, dalle parole e dallo stile dell’autore. Un sussurro che parla di cattiveria, di malignità, di volontà di sopraffazione e di condanna, di gioco crudele con le vite altrui. E’ come se l’autore avesse lasciato aperte le porte di una cantina. Una di quelle cantine che danno direttamente sui lati infernali della personalità umana. Se anche si cerca di ignorarle, loro trovano il modo di farsi sentire… anche solo con un sussurro. O un messaggio accartocciato.

 

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