Wilkie Collins – La donna in bianco

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In quest’epoca di velocità e rapido, superficiale consumo di ogni cosa (musica, letteratura, luoghi da visitare, cibo), ci auguriamo che il lettore non si spaventi di fronte alla lunghezza di questo incredibile, stupefacente giallo/thriller del 1861 di Wilkie Collins, così ricco di personaggi e colpi di scena da far impallidire molti autori contemporanei.

Concepito come una serie di testimonianze offerte nel corso di un processo, ricco di una singolare profondità psicologica nel presentarci i personaggi, i loro pensieri e il loro agire, La donna in bianco seduce e ammalia fin dalle prime pagine senza che l’autore si conceda o conceda al lettore il tempo di distrarsi. La matassa della trama, infatti, è parecchio ingarbugliata, con donne che vengono date per morte e invece riappaiono come fantasmi vendicatori; eredità contese; sedicenti conti italiani, foschi di nome e di fatto, vere incarnazioni del male; paesaggi bucolici e splendide magioni come solo la campagna inglese sa offrire e una Londra fumosa e piena di mistero. Senza che manchi una bella e intensa storia d’amore.

Nulla sveleremo della trama, ma è interessante leggere quanto segue nella prefazione stilata dall’autore nel 1861:
“È possibile che in un romanzo si riesca a descrivere bene dei personaggi senza raccontare una storia; ma non è possibile raccontar bene una storia senza descrivere dei personaggi: poiché la loro esistenza, la loro natura di realtà riconoscibili, è la sola condizione necessaria perché una storia possa essere davvero raccontata. L’unica narrativa che può sperare di far breccia nell’attenzione dei lettori è quella narrativa che parla loro di uomini e di donne – per la ragione perfettamente evidente che essi stessi, i lettori, sono uomini e donne.”

La qual cosa non è così scontata come potrebbe apparire.

 

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Pif – …che Dio perdona a tutti

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Pif, nella sua semplicità, ha qualcosa di geniale. Sicuramente una grande capacità di affrontare temi scomodi con una leggerezza ed una normalità in grado di arrivare a tutti. Nel parlare, nei film… ed anche nella scrittura.

Perché scomodare i dogmi della morale cattolica, come in …che Dio perdona a tutti, per salvare una storia d’amore è un esercizio tanto realistico quanto pericoloso.

Proiettatevi a Palermo. Prendete un uomo, normale ed accomodante, con una passione smodata per i dolci siciliani. Fatelo innamorare di una bella ragazza di mestiere, guarda caso, pasticcera. Immaginatelo, goffo ai limiti dell’involontariamente blasfemo, imbrigliato in una famiglia tanto cattolica e praticante da sentirsi rimproverare un’eccessiva faciloneria nel professare la propria fede. Proprio come estremo gesto d’amore, Arturo decide dunque di immergersi senza sconti nella professione di una fede pura ed inattaccabile. Per qualche settimana soltanto, un po’ per provocazione ed un po’ per sfinimento. Ecco, avete mai riflettuto su cosa significhi osservare in toto ciò che una religione predica? Un po’ come rispettare in maniera ineccepibile il codice della strada. Regole, non morale; mai sostare in doppia fila, osservare scrupolosamente i limiti di velocità… cose così. Tutto fattibile… finché non finisce con l’intralciare il nostro percorso!

Il rispetto di qualunque regola, sia essa civile o religiosa, diventa relativo a seconda delle occasioni, delle ragioni di comodo e di opportunità. E’ la natura dei compromessi, dell’interpretazione a proprio vantaggio. E chi lo fa notare diventa rompiscatole prima ancora che esempio. E, ovvia conseguenza, la forzata conversione non può che diventare origine di un fisiologico susseguirsi di disastri.

Manca solo nel titolo, prudenzialmente per stessa ammissione dell’autore, il futti-futti che rende appieno il principio generale di questo romanzo; l’idea di come la morale sia comunque posposta all’interesse personale.

Scorrono veloci le pagine di questo libro, con un susseguirsi di personaggi ambigui, simbolo di quest’Italia e delle sue contraddizioni. Linguaggio meravigliosamente semplice che lascia spunti di riflessione e, non secondario, un’insostenibile desiderio di partire immediatamente per andare a tuffarsi in una pasticceria siciliana ed ingozzarsi fino alla nausea.

Peccati di gola …che Dio perdona a tutti.

 

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Luca Bianchini – So che un giorno tornerai

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“Alla fine, ognuno di noi s’innamora di chi ci guarda per un attimo e poi ci sfugge per sempre.”

Niente di più vero nella vita reale, niente di più vero di questo spaccato di vita che ci ha raccontato Luca Bianchini in “So che un giorno tornerai”, che prende spunto da una vicenda vera. Un soffio di bora accompagna queste pagine, insieme ai suoi personaggi, insieme al quadro spettacolare che è Trieste, Bassano del Grappa e Santa Severina.

Angela, madre giovanissima (diciassettenne) e la figlia Emma appena nata saranno le figure su cui si intreccerà tutta la storia: la tristezza di una nascita non cercata, associata ad un amore fallito e quindi a una figlia non riconosciuta dal padre, il non essere preparate a essere madre e quindi a scegliere una via di fuga, lontano, con la certezza che la famiglia di origine e i suoi valori sapranno crescere una creatura rifiutata. La storia si ripeterà con Emma e sua figlia Benedetta, ma Emma avrà la capacità, al contrario di sua madre Angela, di trovare risposte a domande sulla vita, che la porteranno a crescere una figlia con una madre presente e consapevole di poter contare sulla famiglia di origine.

Trieste è unica, e in questa storia ci calza a pennello, perché quello che troverete descritto di questa città è quello che Trieste è veramente. Trovo che sia il contorno perfetto a questa storia di relazioni, di intrecci, di amori fulminei, ma dove l’ovile, la famiglia, i fratelli sono quello che di più prezioso c’è per superare le difficoltà a cui ci mette di fronte la vita.

Un testo scorrevole, una sensibilità di scrittura in cui si riconosce Luca Bianchini, una storia vera, raccontata per caso e stesa tra le pagine di carta. Un modo per riflettere, per capire, per ritrovarsi, per correre dietro a un amore impossibile, ma intensissimo. Un argomento di alta sensibilità, il rapporto tra una madre e una figlia a distanza, difficile, introverso, dove l’unica richiesta è “voglio la mamma”, ma dove questa figura non riesce ad accettare questa creatura senza l’amore del padre, un padre che capirà i suoi errori nel corso della vita e che cercherà di porre rimedio.

Ma gli amori sanno veramente aspettare? Leggete il libro e lo saprete!

 

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Rosella Postorino – Le assaggiatrici

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Pochi giorni dopo essermi immerso negli obbrobri della Seconda Guerra mondiale attraverso la figura de Il tatuatore di Auschwitz e le vicende di Resto qui, decido di soffermarmi sul tema e mi tuffo in un romanzo attualmente di gran successo: Le Assaggiatrici.

Ricca di personaggi ben tracciati, la storia ruota intorno a Rosa, giovane donna a servizio di Hitler, impiegata come cavia per salvaguardare il Führer da eventuali tentativi di avvelenamento. Affrontare con costrizione ogni pasto con il timore che possa essere l’ultimo. Mettere a rischio la propria vita per una causa contro la quale si combatte. Vincere, da “straniera” berlinese, la diffidenza delle altre assaggiatrici instaurando confidenza e taciti accordi.

Rosa è fame e paura, rassegnazione e voglia di vivere. E’ una giovane donna zavorrata dall’incertezza di un marito al fronte, combattuta tra il peso della speranza e dell’attesa ed il desiderio di sentirsi viva.

Costretta a convivere con un ambiente non suo, cerca di accomodare i propri atteggiamenti e le proprie pulsioni per farsi accettare da quel poco che le è rimasto. In un ambiente dove creare legami sembra impossibile, dove la salvezza di se stessi coincide con il sacrificio degli altri, dove fame e paura giocano malignamente a rincorrersi, Rosa deve muoversi in punta di piedi per restare viva, fuori e dentro, danzando in equilibrio, non senza scivoloni, sul fragile filo dell’integrità.

Leggere Le Assaggiatrici è quasi guardare un film. Una sceneggiatura perfetta sulla quale viene istintivo pensare agli attori giusti ed attribuire i ruoli. Scorrono le parole e proiettano immagini. Una storia capace di mescolare sapientemente angosce, sentimenti, drammi e turbamenti. Sottovoce. Un incalzare soffocato di relazioni umane in un contesto che di umano ha ben poco.

Scrittura pulita ed educata, quella di Rosella Postorino, abile a ricostruire pagine intense da uno spunto di storia reale e poco esplorata. Un romanzo da assaggiare e gustare con calma, senza scossoni, per amalgamare al meglio i molti ingredienti che lo compongono. Con la certezza di non rimanerne intossicati.

 

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Cristiana Astori – Tutto quel buio

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Da Torino a Budapest.
Due città dall’indiscusso fascino esoterico, unite da un sottile filo di una ricerca: il film Drakula halála.
Un a dir poco originale collezionista torinese incarica Susanna Marino, una trentenne laureata in cinema al DAMS e dalla vita alquanto precaria, di ritrovare il film muto degli anni ’20 che porta per la prima volta sul grande schermo il Dracula di Bram Stoker.

Scomparso in Ungheria nella primavera del 1923, la pellicola è divenuta ossessione per i collezionisti del ramo ma chiunque provi a rintracciarla, o riesca a venirne in possesso muore alimentandone l’aurea di film maledetto.
Ciò che colpisce di questo romanzo è la tinta, la sfumatura più scura di buio con cui il lettore è portato spontaneamente ad immaginare le scene e i dialoghi man mano che si addentra nella lettura. Che sia di giorno o, a maggior ragione di notte, ci si sente costantemente avvolti da ombre inquietanti dove ciò che gira intorno alla protagonista non appare mai certo né definitivo.

La presenza del famoso Vampiro è intrinseca e costante benché non si palesi mai, cedendo le luci della ribalta ai drammi e ai ben più tragici ed efferati crimini perpetrati dagli umani.

Viaggiamo con Susanna e affrontiamo con lei ogni passo e ogni conquista dell’ardua ricerca. Sfidiamo gli ostacoli e le situazioni più impervie di un gioco mortale dal quale però, sembriamo non potere più tirarci indietro. Il nostro sguardo si appanna sotto i colpi della narcolessia di cui Susanna soffre, e respiriamo affannosamente con lei mentre ci perdiamo nei labirinti della Budapest sotterranea.

Tutto quel buio è la quarta puntata della serie, dopo Tutto quel nero, Tutto quel rosso e Tutto quel blu, che vede come protagonista Susanna Marino. La scrittura è avvincente e la trama dosa sapientemente i colpi di scena così da trattenere l’interesse costantemente appeso ad un filo fino all’epilogo. Il solo appunto che mi sento di fare, è che se si incappa in questo episodio senza aver letto i precedenti, la scarna presenza di riferimenti a quanto accaduto nel recente passato della protagonista, rende ostica la comprensione delle citazioni e i risvolti psicologici del suo vissuto.

 

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