Annamaria Blogna – La verità dei gelsi

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Asciugandomi le lacrime, cerco di scrivere quello che mi ha lasciato questo libro: mi sono commossa come da tempo non mi commuovevo davanti a pagine scritte, ho danzato nelle pagine di questo romanzo, mi sono lasciata cullare e mi sono assaporata ogni sentimento e ogni sfaccettatura della vita del personaggio che si racconta.

Nelle pagine iniziali siamo subito davanti alla morte, quella che per tanti è un tabù, che molti cercano di celare dietro alla convinzione che la vita sia di gomma, e che pochi accettano come percorso della vita, ma che dà inizio in questo caso al percorso della vita intera del nostro personaggio. Un personaggio in carne e ossa che ci racconta di lui e della sua famiglia dall’inizio del ‘900 ad oggi, passando dentro quattro generazioni in una Sicilia sublime e in un nord alle prese con la migrazione e lo sviluppo.

C’è una serenità nel racconto, una minuziosa ricerca del vissuto, del tramandare, del combattere e nel credere in una vita migliore di quella che poteva avere in Sicilia dopo la seconda guerra mondiale, la caparbietà di credere in un mestiere e di farlo al meglio fino a farlo diventare una casa di moda, il partire dal niente per costruire un tutto. Famiglie grandi, tanti figli, dove ognuno ha un suo compito ben preciso e ben stabilito, una vita costruita in remoti paesini dove il “tagliare i colletti” e “l’apparire” erano il sale della vita, la speranza di accasare una figlia con un buon partito, ma dove anche in quegli anni tanti erano i segreti, tanti i fardelli da portare, tante erano le volte che gli uomini usavano i bordelli per intrattenersi, ma la famiglia doveva essere sempre unita all’apparenza. I segreti: quello che troviamo in questo libro è un segreto detto e fatto a fin di bene, per salvare, ma che spesso provoca anche dolore.

Mi sono persa in questo racconto fatto di migrazione verso l’America, dove il richiamo della terra natia è più forte, mi sono persa nella migrazione verso Torino dove le prospettive di lavoro erano differenti dal Sud, mi sono persa in questi sentimenti puri della vita di un uomo, un uomo che ha fatto sbagli, che ha sempre messo la vita dei suoi cari davanti alla sua, di quell’uomo che ha insegnato ai suoi figli e ai suoi nipoti che la verità ha il sapore dei gelsi: bisogna saper cogliere il momento perfetto.

Forse anche questa volta il Gelso è stato colto al momento giusto.

Un grazie a Mariapaola e ad Annamaria è dovuto.

Alice Basso – La scrittrice del mistero

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“Fatemi capire”. Può la trama, in un romanzo, passare in secondo piano rispetto ai suoi protagonisti? Non c’è dubbio. E allora immaginate pure Vani e Berganza che si appartano in un’area di sosta per pomiciare. Morgana in lacrime per il suo primo bacio. Riccardo che ostenta un’improvvisa francescana bontà verso il prossimo. La bella e vuota Lara che si ribella alla famiglia. Enrico l’editore che…vabbè, scopritelo da voi…

E’ innegabile, la carta vincente di Alice Basso sta nella caratterizzazione dei suoi personaggi! C’è spazio per la fantasia di ogni lettore. Immedesimarsi in uno di loro. Od Innamorarsene.

“La scrittrice del mistero”, quarta puntata della serie che ha come protagonista Vani, la ghostwriter sociopatica, mette da parte un po’ di cinismo per dar spazio alle emozioni.

Tanto da lasciar supporre – col rischio di causare un generale principio di disappunto nel lettore integralista – una deriva quasi sentimentale che, a tratti, sovrasta la trama stessa. Tanto da diventare, quasi inaspettatamente, “La scrittrice del mistero”, un vero trionfo di buoni sentimenti…

Certo è che anche il lettore più arido e privo di emozioni non resterà comunque indifferente all’empatia che lega Vani ed il commissario. Crampo.

Libro da leggere d’un fiato: in un giorno o una notte, insomma. Anche se, in realtà, volendo coglierne appieno tutte le citazioni (letterarie, cinematografiche, musicali e teatrali) sarebbe probabilmente il caso di dedicargli un mese intero! E questo “dettaglio”, degno di menzione speciale tra le doti di scrittura, lascia intuire quanto lavoro ci sia dietro.

Per onestà intellettuale, necessita un avvertimento. I romanzi di Alice creano dipendenza. Lascerete da parte importantissime attività quotidiane per ri-tuffarvi tra le pagine del libro. Sentirete un pizzico di disagio quando vi accorgerete di averlo quasi finito…e poi? E poi vi toccherà aspettare circa un altro anno per sapere cosa c’è dopo.

Luisella Ceretta – Le notti degli angeli

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Sempre bello trovarsi tra le mani un libro di un’amica: Le notti degli angeli di Luisella Ceretta. Vi ho presentato Luisella con il primo libro 1982 – Viaggio nel tempo edito da Spunto Edizioni, oggi vi parlo del suo nuovo thriller/noir edito Robin Edizioni.

Parto dalla prefazione scritta da Bruno Gambarotta, tre pagine schiette che a ripensarci alla fine della lettura non possono che essere approvate da chi il libro ha appena finito di leggerlo: “Le notti degli angeli”, esordio per Luisella Ceretta, sorprende per la maturità e per la padronanza degli strumenti del mestiere, come Gambarotta scrive.

Verissimo: leggere questo giallo italiano, non dà la minima impressione di leggere una prima opera etichettata noir; la scrittura decisa, tagliente, senza eccedere nelle descrizioni, fa di questo libro, un piacevolissimo giallo, la declinazione alla prima persona del personaggio principale, porta il lettore a non perdersi mai e a leggere con voracità la storia.

Come ogni giallo, noir/thriller che si rispetti in questo periodo, anche quello di Luisella ruota intorno ad una problematica sociale: in questa occasione il tema trattato è quello di tutte le persone nate in un corpo maschile, ma con uno spirito femminile, che non vengono accettate non solo dalla società in cui vivono , ma anche dalle stesse famiglie, che in questa diversità vedono una macchia, una sconfitta, una punizione, diventando spesso ostacoli nelle scelte.

Un tema molto particolare e molto delicato, che viene trattato nel libro con lo spirito del racconto, senza critica e senza giudizio. A questi particolari personaggi, dove vedremo anche la difficoltà di come trattarli o anche solo nominarli – devo chiamarlo con il nome da donna o da uomo? – da parte dei poliziotti, viene affiancata la figura matura dell’ispettore Luigi Fabris.

Anche qui la mia amica non delude! E non delude il lettore donna. Vi troverete a pensare … ma quanto è sexi? Ma quanti muscoli ha un arrampicatore? E inizierete a pensare a chi potrebbe interpretarlo se il racconto venisse trasportato su pellicola.

Luisella Ceretta mi ha stupita, è una scrittrice polivalente, lo sapevo, ma non avevo ancora compreso quanto. Ho passeggiato nel tempo con 1982 – Viaggio nel Tempo, quasi un cortometraggio, ma in completa differenza da un thriller/noir, che deve trovare un modo per tenere in scacco il lettore, deve stuzzicarlo, deve giocare anche un ruolo psicologico per farne diventare un buon libro.

Leggetelo … io aspetto il seguito, in uscita molto presto!!!

Daria Bignardi – Storia della mia ansia

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E’ inutile girarci intorno. La Bignardi scrive bene.

Scrive di ansia, come si “intuisce” dal titolo, ma in realtà l’ansia non è altro che un sottile filo conduttore delle vicissitudini di Lea. Come da filo conduttore funge la sua malattia che, anziché farla da protagonista, come banalmente si sarebbe potuto ipotizzare, rimane sullo sfondo quasi ad amalgamare intrecci di famiglie, amori e sentimenti.

Fa riflettere, “Storia della mia ansia”. Sui rapporti umani, su come la difficoltà possa avvicinare le persone lontane ed allontanare quelle vicine. Su come spesso i legami più complicati, quelli più difficili da gestire, quelli meno rassicuranti siano in realtà i più gratificanti. Su come i rapporti veri non richiedano necessariamente continue esternazioni. “Sai che ci sono e fattelo bastare” sembra riassumere l’atteggiamento di Shlomo, marito di Lea. Ed è tutto lì. Poi, fuori da quel rapporto complicato, benchè granitico, è quasi scontato imbattersi in emozioni facili – tutto ciò che è nuovo è facile – trovare conforto in chi i sentimenti li sa manifestare; nell’abbraccio nuovo di chi condivide le tue sofferenze ma nulla conosce realmente di te. E poi realizzare che quel “Sai che ci sono e fattelo bastare” è tutto ciò di cui hai sempre avuto bisogno. Perché magari suona un po’ arido, ma è vero!

Non ho idea di quanto di autobiografico ci sia in questo romanzo. Non amo leggere prefazioni, quarte di copertina o presentazioni. Non ho notizie sulla vita privata di Daria Bignardi. Mi piace tuffarmi nei libri “a mente libera”. Entrare nella storia e riuscire a viverla è ciò che rende emozionante la lettura. Squadrare da vicino i personaggi. Aver voglia di inveire contro Shlomo capace di affrontare a muso duro la sofferenza di Lea urlandole che “Ognuno è responsabile del suo dolore”. Shlomo, il rude narcisista che tutti noi vorremmo, almeno ogni tanto, saper essere. O contro Lea, apparentemente succube di un rapporto a senso unico. Sedersi al tavolo con Luca e godere del suo saper essere giovane, malato e scanzonato.

E quindi poco importa se e quanto ci sia di vero. E’ una storia in cui è facile immergersi. Che scivola via velocemente e, lungo il viaggio, lascia tracce di riflessione. Un bel libro. Brava Daria.

Fabio Geda – Nel mare ci sono i coccodrilli

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Devo fare una premessa. Ho una passione smodata per i romanzi che hanno come protagonisti ragazzini scombinati. E più sono raccontati dalla loro stessa voce, più mi piacciono. Per questo trovo particolarmente difficile mostrare distacco da “Nel mare ci sono i coccodrilli”.

Storia di un viaggio, come piace a noi. Un viaggio verso la libertà (e ci piace un po’ meno…). Un viaggio troppo di moda, di questi tempi. Fatto di abbandoni, violenza, sacrifici, miseria. Ma che, dagli occhi di un bambino, lascia trasparire tutta l’umanità di una condizione disumana. Il dolore diventa opportunità. I sogni devono vincere contro il male.

Enaiatollah scappa dalla violenza di un paese che per lui non ha futuro. In realtà è obbligato a scappare dal più grande e contraddittorio gesto d’amore della madre: l’abbandono. Mercanti di schiavi, corruzione, amicizie brevi e fugaci. La morte sempre troppo vicina. Destini che si incrociano, quelli di chi fugge. Pochi raggiungono la meta. Pochissimi, la libertà.

E non bastasse l’intero racconto a stimolare delle domande, a riflettere su questioni tanto attuali, soffermatevi sulle ultime pagine; sul perché Enaiatollah non sarebbe potuto restare a casa sua… sull’articolo del bambino-talebano-boia.

E’ del 2010, il romanzo; e tutto lascia supporre che sia una storia vera. Più che vera.

La storia, quella raccontata, di molti altri Enaiatollah. Troppi altri.

Sarebbe forse utile che libri come questo si leggessero di più. Forse impareremmo che quella storia che ‘fare di tutta l’erba un fascio’, benchè estremamente comoda, non è sempre la soluzione più opportuna. Si chiama umanità. Si chiama civiltà.

Ah, una raccomandazione: già che ci siete, accompagnate la lettura con l’ascolto di Stiamo tutti bene di Mirkoeilcane!