Francesca Battistella – Re di bastoni, in piedi

Vai alla scheda del libro

Francesca Battistella ancora una volta mi stupisce con i suoi gialli noir. Non ho mai negato il mio amore per la scrittura di Francesca: veloce, fresca, schietta, che si addentra nelle trame senza troppi fronzoli e senza perdersi in descrizioni inutili; un tratto che rende i suoi scritti spesso come testi teatrali. Mentre leggi sei esattamente lì, dove lei ti conduce, che siano momenti di fantasia o realtà esistite, tu senti proprio quello che lei ti sta descrivendo.

“Re di bastoni, in piedi” primo suo lavoro pubblicato da Scrittura & Scrittura, che io leggo dopo “La bellezza non ti salverà” (trovate qui il mio pensiero), è ambientato a Napoli, ed è Napoli che, nel bene e nel male, si respira in ogni pagina del racconto: la mafia, la corruzione, i soldi sporchi, le sigarette di contrabbando, i regolamenti di conti tra clan. Vi è però un retro della medaglia meraviglioso: si vuole a tutti i costi avere una Napoli pulita e migliore, dove far crescere i propri figli a testa alta.

Maricò, personaggio principale, vive tra sogni premonitori, futuro letto nelle carte da gioco, e Casa Serena, pensione ereditata dai genitori, dove abita con i suoi ospiti, di cui uno fisso è don Cecè. Don Cecè al termine della sua vita, lascerà in eredità a Maricò che ha sempre considerato come figlia, non solo il suo conto in banca, ma anche un segreto, delle carte che serviranno a dipanare una matassa non facile. Ecco che politici, clan rivali, avvocati, personaggi di dubbia provenienza, danzeranno intorno a Maricò ingarbugliando a tratti l’intera vicenda.

Come in ogni libro giallo ci si affida ad un commissario, qui abbiamo Raoul Zanardi, ufficiale della Polizia Giudiziaria presso l’Alto Commissariato Antimafia, che interverrà nella risoluzione del problema.

Attenzione al Re di bastoni, in piedi, ma anche al fascino del bel Ufficiale! Buona lettura!

Marco Balzano – Resto qui

Vai alla scheda del libro


Tenacia e ostinazione. Questi sono probabilmente i termini che meglio rappresentano questo libro. La tenacia e l’ostinazione che la gente di montagna, come pochi altri, sa dimostrare per difendere il proprio territorio. Difenderlo dalle ideologie politiche, dalla deturpazione, dall’invasione degli stranieri. Ma anche per proteggere un’identità da sempre confusa, quella dell’Alto Adige, terra di confini e lacerazioni, sballottata tra la cultura e le tradizioni teutoniche e il tentativo di forzata italianizzazione del periodo fascista. Costretti in uno Stato del quale non si riconoscono le istituzioni.

D’altronde già il titolo del romanzo, Resto qui, non poteva rappresentare meglio il legame di questa gente con le proprie montagne. Legame che viene tracciato ripercorrendo la vita di Trina, giovane insegnante di Curon (oggi noto come Paese sommerso) i cui sogni giovanili vengono ben presto spazzati via dalle durezze della vita e da un periodo storico particolarmente buio. La fatica e le ristrettezze per sopravvivere in una borgata di montagna, il fascismo od il nazismo come unica possibilità di scelta, la scomparsa della figlia, la fuga dalla guerra e dai rastrellamenti, il ritorno e l’estenuante ed infruttuosa battaglia per difendere la sopravvivenza della valle prima che l’acqua sommerga ogni cosa. E, malgrado tutto, restare e combattere strenuamente con ogni arma possibile; la parola, su tutte. Ed imparare ad arrendersi, con la forza consapevole di averlo fatto senza fuggire.

Oggi in Alto Adige, a Curon Venosta, frotte di turisti vanno a caccia di selfie davanti al campanile sommerso, simbolo della battaglia perduta. Senza magari curarsi della storia che quel simbolo rappresenta. Una storia che Marco Balzano riesce a mettere insieme con rara delicatezza facendo perno sulla figura di Trina e del suo silenzioso e continuo dialogo con la figlia scomparsa. Una vita spesa ad inseguire sogni, a coltivare speranze ed a lenire ferite. Attraversando, per caso, le buie pagine scritte dalla Seconda Guerra Mondiale. Per caso, perché la stessa sensazione e la stessa ostinazione -granitica come la montagna- sarebbe probabilmente emersa contestualizzando diversamente gli episodi: difendere la montagna dalla trasfigurazione del progresso, difenderla dagli eventi calamitosi. Tutte circostanze molto attuali. Tutte storie di gente di montagna che, caparbiamente, più di chiunque altro, senza sostegno, lotta fino alla fine per la salvaguardia di un patrimonio che, in fondo, è di tutti.

Maurizio De Giovanni – Sara al tramonto

Vai alla scheda del libro


E’ un titolo meraviglioso, Sara al tramonto. Già…perché Sara, al tramonto, è la parte più umana di sé. E’ Sara con le sue debolezze, con la fragilità del sentirsi quasi nonna senza essere stata capace di essere madre. E’ la faccia umana di Sara, quella che sveste i panni dell’invisibilità per aprirsi col suo piccolo pezzo di mondo, tutto ciò che in fondo le rimane. Quello del tramonto è l’appuntamento con la serenità; dopo un’interminabile giornata di indagini ed interpretazioni e prima di una notte da passare insonne per evitare l’inquietudine della visita di fantasmi incancellabili. “Sara al tramonto era diversa… aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza”.

Sara scontrosa, intrattabile, distante, supponente e tanto banale da saper non farsi notare.

Sara intuitiva, dolce, unica, inquieta e di una bellezza tanto rara da doverla cercare.

Incapace di essere stata moglie e madre, straziata dall’amore perduto, Sara condivide il poco che le resta con Viola, nuora vedova in dolce attesa, e Davide, poliziotto stropicciato succube di uno scomodo e conflittuale rapporto con il coinquilino; oltre cinquanta chili bovaro del bernese.

C’è un caso da risolvere, per i tre. C’è una bambina da salvare. E c’è da farlo in maniera del tutto non convenzionale. Sara è in pensione ma ha la capacità di capire le persone e leggerle dentro. Viola, professione fotoreporter, ha la tecnologia dalla sua parte. Davide, l’unico per mestiere titolato a indagare, deve muoversi sull’orlo di un solco profondo lasciato da un caso formalmente già risolto e chiuso.

Un’indagine in cui non c’è davvero nulla di scontato. Si costruisce pezzo dopo pezzo per giungere ad una conclusione inaspettata.

Così come, pezzo dopo pezzo, si costruisce tutto il libro. Perché leggere Maurizio De Giovanni è come montare un puzzle. All’inizio sembra che i frammenti siano del tutto scombinati tra di loro. Poi si comincia a trovare i tasselli che si incastrano. Ogni manciata di pagine si completa un piccolo quadrante. Ma fino alla fine non si ha idea di dove si possa andare a parare.

E, credete, è tutt’altro che banale.

Giampaolo Simi – Come una famiglia

Vai alla scheda del libro


L’ultimo gruppo di lettura ha visto protagonista il libro di Giampaolo Simi – Come una famiglia. Protagonista Dario Corbo, che in questo libro racconta e si racconta in una lettera aperta al figlio Luca, calciatore esordiente, accusato di un crimine. Ex giornalista, padre separato si interroga raccontando la vicenda, si mette a nudo e si mette in discussione: il suo seminato, le sue azioni, l’educazione impartita al figlio sono state corrette?

Il mestiere del genitore è forse il più difficile al mondo, ma in questo libro è ben visibile uno spaccato dell’Italia odierna: tutto si fa per rendere la vita facile ai figli, non mettendoli davanti alle responsabilità delle proprie azioni, ma intervenendo anche oltre alla legalità per ostentare la famiglia felice del Mulino Bianco; nella stessa misura il racconto di una gioventù assente, catturata più dall’immagine di se stessi che dalla responsabilità e dal conto che la vita ci presenta tutti i giorni.

Un libro importante, una penna decisa, tagliente. Dario Corbo, piace, affascina, destabilizza, fa arrabbiare fino al limite delle botte, ma è veramente una radiografia di tutto quello che ci circonda.

Il rapporto tra un padre e un figlio messo a confronto dal rapporto tra un padre e una figlia, in un caso con una mamma troppo pressante e presente, dall’altra da una mamma fragile e non troppo curante della figlia. Giampaolo Simi con il suo romanzo vi porterà in altalena, un’altalena di emozioni e idee condivisibili o meno.

Il personaggio che più ho apprezzato è stato Nora, che nel suo silenzio, nel suo modo di vivere artistico ha una visione delle cose e della vita netta e solida, dritta al punto sempre (e per capire meglio il personaggio bisognerà aver letto La ragazza sbagliata).

Ho amato questo libro, nonostante sia qualche giorno che ho finito di leggerlo faccio fatica a staccarmene, mi ha toccato corde interne che non avevo ancora focalizzato e mi ha portato anche a meditare sulle tante notizie che ci circondano giorno dopo giorno sparate da notiziari e giornali. Ve lo consiglio, nel bene o nel male sarà un’ottima lettura, perché un autore che per due pagine descrive un rigore tenendovi incollati al racconto può solo essere un’ottima penna.

Enrico Brizzi – Tu che sei di me la miglior parte

Vai alla scheda del libro


Benvenuti nei favolosi anni ’80! Gli anni dei paninari, della contrapposizione forte tra musica commerciale e di tendenza, tra il punk-rock e la balera. Gli anni delle videocassette e delle audio-compilation personalizzate con dedica. Chi ha calpestato la propria adolescenza in quel periodo, non potrà che ritrovare in questo romanzo qualche compagno di classe, qualche luogo, qualche gesto che non sia stato anche proprio. Gli interminabili conflitti familiari, le prime pulsioni ed i primi veri amori; la vespa, la sensazione di immortalità e la rabbia cieca ed immotivata. Poi la brutale finestra che si affaccia su un mondo più scuro; quello delle prime droghe, dello spaccio e dell’etica violenta dello stadio.

Ciò che Tu che sei di me la miglior parte descrive impeccabilmente è proprio il cammino evolutivo di un gruppo di amici d’infanzia fino alla maggior età, facendo perno sul più classico degli stereotipi: lui-lei-e-l’altro. Amici e nemici, buoni e cattivi, bene e male mescolati energicamente fino ad amalgamare un controverso triangolo sentimentale tanto irrinunciabile quanto difficile da accettare. Ma crescere è complicato e la scuola della vita spesso induce a percorrere strade poco chiare e lineari; a camminare in equilibrio sul sottilissimo filo dell’incoscienza senza curarsi delle etichette e dei formalismi. E’ la logica del branco, ma anche quella delle mode paninare. Uniformarsi o distinguersi per emergere. Vale tutto. Anga sgevù!

Nonostante il titolo -ma anche le prime pagine- che indurrebbe ad aspettarsi semplicemente un morbido intreccio di inseguimenti amorosi e avventure liceali, Enrico Brizzi usa violenze da ultrà e rapporti turbolenti per far emergere, in realtà, quanto la forza di legami veri possa resistere all’instabilità ed alle difficoltà dell’adolescenza. Oltre 500 pagine che filano via, nella Bologna della Uno bianca e dei techno-party, delle contraddizioni da parrocchia e quelle da stadio, con un linguaggio fedele agli ’80, mixato con realistiche inflessioni regionali e formule all’apparenza un tantino evolute e ricercate per far parte di quell’età.

Ne uscirete un po’ acciaccati e puzzolenti d’erba… ma ne vale la pena.