Tiziana Silvestrin – La profezia dei Gonzaga

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Con La profezia dei Gonzaga, Tiziana Silvestrin ci accompagna con grande bravura, sapienza e un formidabile senso del ritmo, in una Mantova autunnale e piena di misteri.
Siamo nel 1596 e la dinastia dei Gonzaga sembra d’improvviso minacciata di estinzione. Il tutto a causa della sparizione della mummia del Passerino nel corso dei lavori di ristrutturazione del palazzo del Capitano, parte significativa di palazzo Ducale o Reggia dei Gonzaga.

Di rientro dall’ultima missione in Francia, il capitano di giustizia Biagio dell’Orso viene accolto da un prefetto delle fabbriche, architetto Antonio Viani, sconvolto dall’inspiegabile furto della mummia e terrorizzato al pensiero della punizione che il duca Vincenzo intenderà infliggergli per non aver vigilato a dovere, durante il trasloco legato ai lavori edili, sullo stravagante amuleto.

La storia è nota: Rinaldo Bonacolsi, detto il Passerino, capitanava la famiglia che per mezzo secolo aveva dominato Mantova quando, nel 1328, Luigi Gonzaga aiutato dai figli e dal suo alleato Cangrande della Scala, riuscì a scalzarlo. In seguito a un colpo di spada e alla seguente rovinosa caduta da cavallo, il Passerino era morto proprio nel palazzo del Capitano.

Un astrologo aveva vaticinato a Luigi che finché avesse custodito nella sua dimora il corpo del Passerino la stella dei Gonzaga avrebbe brillato nel cielo.

E così era stato nei trascorsi quasi trecento anni. Pertanto, scopo di chi ha sottratto la mummia è screditare e poi distruggere non solo i Gonzaga, ma lo stesso Biagio dell’Orso visto che la difesa dei duchi è suo compito precipuo, come pure, in questo caso, scoprire chi ha rubato la mummia, come ci è riuscito e perché lo ha fatto. Chi trama nell’ombra e chi trarrebbe vantaggio dalla fine della dinastia dei Gonzaga?

Tornano in questo quinto capitolo della saga i personaggi che abbiamo imparato a conoscere e ad amare: la bella veneziana Rosa, compagna di Biagio e afflitta, a ragione, da una furibonda gelosia nei suoi confronti; il consigliere ducale Marcello Donati e sua moglie Cecilia; il bargello e braccio destro di Biagio, Gió Morisco; l’illusionista Colorni e sua figlia Estella. In un susseguirsi di agguati, scoperte, tranelli, tradimenti e cento altri colpi di scena, la vicenda trascorre fra il ducato di Mantova e la corte dell’Imperatore Rodolfo II a Praga.

Tiziana Silvestrin, come già nei precedenti romanzi, è prodiga di notazioni storiche e affascinanti, nonché documentate con precisione e rigore, descrizioni di abiti, ambienti, cibi e usi dell’epoca.

Ritmo incalzante e tagliente, personaggi vivi e vivaci, dialoghi ottimi e all’occasione divertenti, La profezia dei Gonzaga incanta dalle prime battute e, come un romanzo di cappa e spada, ci lascia fino alla fine con il fiato sospeso e la piena speranza di un prossimo seguito.

 

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Simona Leone – Il passato imperfetto

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Il passato non sempre è perfetto, e nella vita di Lisa ancora di più. Un giallo diverso dal solito, un noir che si scopre pagina dopo pagina costruendo la storia: una storia difficile, cruenta e complicata oltre che sensibile.

Lisa, giornalista, spalleggia e aiuta il maresciallo Antoni a dipanare la storia e a trovare il colpevole della morte di Nico, un bambino residente nella comunità il Nido, oltre a raccogliere la richiesta di confidenza di Marta, accusata dell’omicidio del figlio tanti anni prima.

Tante strade parallele che si intersecano e che si accavallano con lo scorrere delle pagine; pagine che una volta iniziate non si riesce a smettere di leggere, fino alla fine.

Torino, il Canavese e Parigi fanno da contorno al racconto, ma temi come l’abuso dei bambini, la mafia russa, e organizzazioni segrete, portano il lettore ad avere sempre il fiato sospeso.

Simona Leone, scrive in modo scorrevole e con un lessico che sempre riesce e tenere alta la tensione, ma è bravissima a far risaltare i sentimenti, che siano di paura, di terrore, o d’amore.

Tanti sono i personaggi che ruotano intorno a Lisa e al Maresciallo, ma più di tutti escono i bambini e il loro mondo, la voglia di credere nell’infanzia e del fatto che un’anima innocente debba potersi fidare in modo incondizionato di qualcuno.

Finito il libro, il Dottor Durand e Lisa mi hanno rapito il cuore, rapirà anche il vostro?

Riuscirà Lisa a dipanare la matassa, a capire perchè il suo passato incombe sul presente, e a non rimanere coinvolta emotivamente nell’indagine? Potrete scoprirlo solo leggendo il libro.

Veloce, piccolo, emotivamente coinvolgente, non perdetelo!

 

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Andrea Del Castello – La voce della morte

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Il Male ha i suoi vizi e li alimenta per rigenerarsi, per riprodursi a ciclo continuo, per duplicarsi all’infinito. Il Male è un predatore che attacca gli esemplari più deboli. E tutti nel corso della vita attraversiamo una fase di instabilità. Ci trasformiamo in guerrieri con una crepa nello scudo. È lì che si insinua il Male. Nel punto debole siamo permeabili alle tentazioni e diventiamo schiavi dei nostri vizi. Ci lasciamo affascinare dal Male tentatore che ci assicura di lenire le nostre ferite. Il Male ci seduce con la falsa promessa di proteggerci dalle nostre paure.

Leggere questo libro è stato un po’ come salire sulle montagne russe.

Una partenza tranquilla,una graduale salita e poi giù, in picchiata, fino ad avvertire quel vuoto allo stomaco che si trasforma in adrenalina, per terminare la corsa lasciando quella sensazione di appagamento e di successiva velata tristezza, come quando finisce un bel gioco.

La spinta iniziale nel buttarmi in questa lettura è stata, lo ammetto, la curiosità di vedere se un autore che ha scritto un saggio su “Come si scrive un thriller di successo”, fosse davvero in grado di tirar fuori qualcosa di buono. E, considerando la sua prima esperienza come autore di genere, le mie aspettative non sono state deluse.

Una storia che parte con un “banale” omicidio di un ragazzo trovato assassinato all’interno della sua auto dopo una notte brava in discoteca. Viene subito da dire : ah ecco, la solita storiella trita e ritrita. Invece no! Parte da qui una vera caccia al killer seriale che firma i suoi delitti lasciando sulle vittime dei segnali, come un codice per trasmettere il suo messaggio. Ed ecco che per risolvere il rebus seguiamo con grande attenzione l’indagine del commissario Giorgio Cani, un uomo cinico, scontroso, sempre in guerra con se stesso e con il mondo. Un uomo che nella sua lotta quotidiana contro il Male non considera tutto il resto, perché in fondo, un po’, è lui stesso il Male. “Vittime” del commissario sono soprattutto le persone a lui più vicine: la moglie e i collaboratori, colleghi di squadra. Ha costruito una corazza di ferro intorno a lui, fatta di cattiveria, per difendersi da se stesso e cercare di superare un vuoto per lui incolmabile. Nel corso degli eventi però questa corazza inizierà a scalfirsi, fino a rompersi e ciò che ne uscirà sarà qualcosa di sorprendente.Nel suo percorso il commissario incontrerà non pochi ostacoli, rischierà la carriera e la sua vita subirà una svolta decisiva.

Attorno a Cani ruotano, gli uomini della sua squadra, anche loro con le loro debolezze, tra luci ed ombre. Ben caratterizzati, tutti, impossibile non provare empatia per ognuno. Anch’essi subiranno una sorta di trasformazione nel corso della storia. Ognuno ricoprirà un ruolo ben preciso: chi più chi meno, saranno tutti fondamentali per la soluzione del caso.

E la moglie Letizia, il cui torto, secondo il marito, è quello di decidere di riprendere in mano la sua vita, di avere nuovamente una sua identità di donna alla quale ha rinunciato per amore suo e della figlia, annullandosi totalmente. Ma Cani non vuol saperne e si oppone fortemente alla sua scelta che la porterebbe a far parte del mondo delle macchinette per il gioco d’azzardo, un mondo che lui trova sporco e pericoloso.

Interessanti le scelte stilistiche dell’autore che ci racconta il tutto utilizzando paragrafi brevi, dialoghi diretti, capitoli piuttosto corti. La tecnica narrativa del Cliffhunger, ha spiegato lui stesso in un’intervista, prevede che il lettore resti “appeso” alla fine di un capitolo in attesa del passo successivo. Tecnica che spesso contraddistingue quei thriller detti anche page turner, ovvero creano quel ritmo incalzante che porta inevitabilmente il lettore a voler girare pagina, una dopo l’altra, come fosse preso da una dipendenza della quale non può fare a meno. E di dipendenza si parla per tutta la storia, una dipendenza che può distruggere intere vite, lentamente ed inesorabilmente.

Brividi, non solo di paura in questo thriller, ma anche sentimenti forti :rabbia, delusione, tradimenti, invidia. Ogni personaggio sarà contemporaneamente vittima e carnefice.

Non voglio svelare nulla del resto della trama perché toglierei il piacere della scoperta. Lascio però un piccolo estratto dell’epilogo del quale capirete il significato qualora vorrete conoscere che suono ha La voce della morte.

“La formica sale lungo il filo d’erba per rincorrere il suo sogno. Vuole arrivare là dove pensa di poter morire. E si protende verso l’alto, l’insetto, per congiungersi al Male che lo chiama. È la morte la sua libertà.”

 

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Enrico Pandiani – Ragione da vendere

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Ma quante ne capitano stavolta a les italiens tra il 24 agosto e il 2 settembre!

Tutto ha inizio in una tranquilla notte agostana, mentre Jean-Pierre Mordenti e la sua bella compagna Tristane sono a cena da Karima e Alain Servandoni, membro storico de les italiens.
D’improvviso, nella via sottostante l’appartamento dei Servandoni scoppia l’inferno con un gran rumore di vetri infranti e carrozzerie che si accartocciano. Alain e Jean-Pierre, un po’ alticci dopo l’ottima cena e le copiose libagioni, si affacciano al balcone convinti di assistere al solito scontro notturno fra ubriachi, ma si scoprono testimoni di una scena ben diversa. Una Škoda rossa ha appena speronato un furgone grigio dal quale due uomini stanno scaricando una grossa cassa di legno, mentre un terzo uomo è impegnato a trascinare fuori dall’abitacolo del furgone una donna bruna e ribelle. La cassa di legno e la donna finiscono dentro la Škoda. A quel punto, incapace di trattenersi oltre, Servandoni grida: “Non vi muovete, è la polizia!”. Pessima idea perché l’inferno scoppia per davvero, ha come colonna sonora i colpi di mitra sparati dal basso verso il balcone e la ritirata strategica dei due poliziotti. Quale sarà la loro sorpresa quando, all’arrivo della Scientifica e del resto della squadra, dal furgone emergerà il cadavere bucherellato di un certo George Stubbs, broker inglese specializzato nella compravendita di oggetti di antiquariato. E la grande cassa di legno allora? Conteneva forse un oggetto di antiquariato? E di che tipo? Chi erano gli uomini che se ne sono impossessati? Chi era e soprattutto che fine ha fatto la donna bruna rapita? Qual era il collegamento fra lei e Stubbs?

Parte con il botto anche questo settimo volume della saga de Les italiens di Enrico Pandiani e rimane scoppiettante fino alla fine senza mai deludere i suoi appassionati lettori. Questa volta Jean-Pierre Mordenti e la sua squadra dovranno vedersela con inglesi dall’aria losca o quanto meno sospetta, misteriosi cinesi e mercanti d’arte vietnamiti e un furto colossale nel mondo delle opere di antiquariato. Il tutto mentre è in atto il trasloco dell’intero corpo di polizia dal 36 di quai des Orfèvres alla nuova sede di Batignolles anche detta il Bastione.
La ricerca dell’oggetto scomparso e dei colpevoli a vario titolo e in vario grado, si rivelerà più complessa, intricata e difficile di come si prospettava all’inizio e non mancheranno i momenti in cui Mordenti si sentirà perso in un vero e proprio labirinto dove niente e nessuno è quello o chi dovrebbe essere.

Pandiani è maestro nell’arduo gioco di mescolare le carte senza mai perderne il controllo e gestisce in modo superbo trama gialla e vite private dei suoi personaggi. Inoltre, a coloro che avessero letto tutti i suoi libri, l’autore riserva una gradevolissima sorpresa e mentre la offre con garbo ai suoi lettori non manca di far pronunciare ai principali interessati ottime battute ricche di sano e intelligente umorismo.

In conclusione un romanzo giallo da non perdere, ma nel quale perdersi fra colpi di scena, calembours, battute fulminanti, inseguimenti, morti, feriti malamente, traditi e traditori vittime di cattiveria e avidità.

“La cattiveria è un accumulo che ti si forma nell’organismo, sono i residui di una vita che ti ha spinto invece di accompagnarti, di amici che hai lasciato per strada, di affetti che non hai avuto e delusioni che non hai saputo gestire. È come il cancro, inizia con un puntino e diventa una massa incontrollabile.”

Geniale fra l’altro, come già nei precedenti libri, l’idea di intitolare ogni capitolo con l’ultima frase del medesimo. Buon divertimento.

 

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Margherita Oggero – La vita è un cicles

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Siete di Torino? No? E anche se lo siete, avete mai fatto una gita nelle periferie della città? Quelle dove degrado, clandestinità, furti, convivenza di più etnie la fanno da padroni? Se non la conoscete e non ci siete mai andati in tour potete leggere il libro di Margherita Oggero, La vita è un cicles, dove potrete apprendere e vivere quello che succede alla porte di una meravigliosa città: Torino.

Un libro dalle tinte gialle, il Commissario Martinetto a condurre le indagini, e la scrittura diretta e a volte tagliente dell’autrice vi condurranno in una lettura senza fiato e senza interruzioni.

I personaggi sempre ben delineati , che spesso vi faranno ridere, poi innervosire, e tra i tanti quello che più mi ha colpito è stato Massimo: ragazzo universitario, che cerca di rendersi indipendente dalla famiglia con lavoretti saltuari, preso in mezzo dalle indagini, ma che cerca in qualche modo di fare uscire dalle pagine una gioventù diversa, quella non ancora standardizzata dalle etichette, quei giovani che hanno ancora voglia di rendersi indipendenti nonostante la poca offerta di lavoro spesso precario.

Una Margherita Oggero diversa nella sostanza dal suo precedente Non fa niente, ma con la sua penna decisa che fa risaltare aspetti diversi anche con un giallo.

Ve la ricordate la professoressa Baudino? Si? Ecco il buon Commissario Martinetto potrebbe essere l’inizio di una nuova divertente serie TV, chissà se ci sta pensando anche l’autrice?

Il ogni caso la vita è un cicles, e se siete piemontesi capirete ed apprezzerete di nuovo l’arte del tacon (taconé – \ t&cun’e \ Verbo 1^ con. trans. 1) – rammendare, rappezzare, rattoppare. 2) – riparate alla meglio) appiccicosa per tanti aspetti, ma per saperne di più perdetevi tra le strade di Torino all’interno del nuovo libro.

 

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