Enrico Brizzi – Tu che sei di me la miglior parte

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Benvenuti nei favolosi anni ’80! Gli anni dei paninari, della contrapposizione forte tra musica commerciale e di tendenza, tra il punk-rock e la balera. Gli anni delle videocassette e delle audio-compilation personalizzate con dedica. Chi ha calpestato la propria adolescenza in quel periodo, non potrà che ritrovare in questo romanzo qualche compagno di classe, qualche luogo, qualche gesto che non sia stato anche proprio. Gli interminabili conflitti familiari, le prime pulsioni ed i primi veri amori; la vespa, la sensazione di immortalità e la rabbia cieca ed immotivata. Poi la brutale finestra che si affaccia su un mondo più scuro; quello delle prime droghe, dello spaccio e dell’etica violenta dello stadio.

Ciò che Tu che sei di me la miglior parte descrive impeccabilmente è proprio il cammino evolutivo di un gruppo di amici d’infanzia fino alla maggior età, facendo perno sul più classico degli stereotipi: lui-lei-e-l’altro. Amici e nemici, buoni e cattivi, bene e male mescolati energicamente fino ad amalgamare un controverso triangolo sentimentale tanto irrinunciabile quanto difficile da accettare. Ma crescere è complicato e la scuola della vita spesso induce a percorrere strade poco chiare e lineari; a camminare in equilibrio sul sottilissimo filo dell’incoscienza senza curarsi delle etichette e dei formalismi. E’ la logica del branco, ma anche quella delle mode paninare. Uniformarsi o distinguersi per emergere. Vale tutto. Anga sgevù!

Nonostante il titolo -ma anche le prime pagine- che indurrebbe ad aspettarsi semplicemente un morbido intreccio di inseguimenti amorosi e avventure liceali, Enrico Brizzi usa violenze da ultrà e rapporti turbolenti per far emergere, in realtà, quanto la forza di legami veri possa resistere all’instabilità ed alle difficoltà dell’adolescenza. Oltre 500 pagine che filano via, nella Bologna della Uno bianca e dei techno-party, delle contraddizioni da parrocchia e quelle da stadio, con un linguaggio fedele agli ’80, mixato con realistiche inflessioni regionali e formule all’apparenza un tantino evolute e ricercate per far parte di quell’età.

Ne uscirete un po’ acciaccati e puzzolenti d’erba… ma ne vale la pena.

Mirko Zilahy – E’ così che si uccide

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Terminata una nuova avventura: voi sapete come si uccide? In E’ così che si uccide Mirko Zilahy lo spiega in modo molto dettagliato.

Se non amate thriller troppo cruenti questo non fa per voi, ma se amate i profiler, e i thriller psicologici siete tra le pagine giuste. Mirko Zilahy non usa mezzi termini, e voi non potete che amarlo od odiarlo, anche qui senza sfumature.

All’inizio ho veramente faticato: troppe descrizioni, troppo ritornare a raccontare posti già citati e letti, ma la calamita messa in tasca a Enrico Mancini è talmente forte che ti fa traghettare oltre e non ti dà scampo. Devi capire chi, cosa, perché, movente e assassino, non puoi non arrivare all’ultima riga. Passate le prime cento pagine il commissario Enrico Mancini non potrete per nulla accantonarlo.

Questo personaggio, uscito dalla penna di Zilahy è triste, burbero, con modi da non usare mai, ma è magnetico, è l’uomo che incontri e non ti lascia mai indifferente. Magico, come la squadra di cui ho apprezzato ogni singolo componente.Un romanzo duro, crudo, con descrizioni di una Roma improbabile e diversa, ma spettacolare in ogni suo angolo, anche dietro l’obbiettivo della macchina fotografica di Caterina.

Un sussegursi di morti e di colpi di scena, fino al termine, tenendo sempre ben presente argomenti come abbandono, malattie, tristezza.

“Il mondo visto frontalmente è illeggibile” mai frase più vera nei miei pensieri, ma sarà proprio così? Cosa vorrà farci capire l’autore con questa frase?

Leggetelo lo scoprirete. Al momento io vado a leggere la seconda indagine del Commissario Mancini, che sono sicura non mi deluderà nemmeno questa volta.


Mariapaola Perucca – Rivelazioni incrociate

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Una nuova avventura attraverso i viaggi, questa volta i viaggi dell’anima. Terzo libro di Mariapaola Perucca, Rivelazioni incrociate ci porta tra sogni e realtà per capire, per dare delle risposte, per quietare i punti interrogativi che ci tormentano e che ci fanno vivere poco sereni. La paura, l’invidia, l’altruismo, l’amore, la ricchezza, tutti sentimenti che ci fanno scegliere nella quotidianità, ma che spesso non ci rendono liberi.

Giorgio e Stefania sono contornati da problematiche normali come la perdita di un nonno, la paura di innamorarsi, i genitori divorziati che si ricostruiscono la famiglia, fratelli adolescenti arrabbiati con il mondo; i due si trovano tra le mani Enigma, una rivista di cruciverba con poteri un po’ speciali: ogni volta che i due ragazzi cercano la soluzione alle parole crociate, si addormentano e partono per sogni strani. Sì, partono: ogni sogno mette loro davanti delle difficoltà, degli insegnamenti, delle lezioni da imparare, per avere risposte alle loro domande e per cercare di essere più maturi e consapevoli nelle scelte.

E’ un libro particolare, per questa scelta di realtà e passeggiate nell’onirico, ma che ho letto volentieri, con leggerezza, perché la scrittura sempre molto diretta e immediata, fa meditare molto. I viaggi, i sogni, la libertà, le scelte, non solo Giorgio e Stefania si trovano ad affrontarli, ma ognuno di noi in qualche modo tutti i giorni cerca risposte e prende delle direzioni. Spesso pensiamo di essere liberi nelle nostre scelte, ma leggendo questo libro, mi sono resa conto che spesso sono scelte dettate e pilotate da eventi esterni, perché ci preoccupiamo troppo di accontentare il prossimo.

Ovviamente in queste riflessioni, come in tutti i precedenti libri, viene fuori il romanticismo di Mariapaola, le passioni come il canto, l’arte e lo sport; tutto associato alla cultura non finalizzata a se stessa ma ad una esplosione e una amalgama di concetti e suggerimenti per riflettere.

Ho viaggiato nei sogni di Giorgio e Stefania, ho gioito dei successi di Federico, ho ammirato la saggezza di nonna Caterina e la dolcezza di mamma Lin, mi sono immedesimata nel lavoro di Marco e nella passione che ci mette e poi per magia mi sono trovata nelle orecchie la musica diretta da Elisa e le tonalità di melodie del coro di VociMundi. Grazie, gran bella esperienza.

Franco Faggiani – La manutenzione dei sensi

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Ho la pessima abitudine di scegliere spesso le mie letture curiosando in cerca di ispirazione tra soli titoli e copertine, nessun altro indizio. A volte funziona, altre no. Francamente, non credo mi sarei lasciato incuriosire da un titolo come “La manutenzione dei sensi” né tantomeno dalla sua copertina. Quando poi un amico me lo ha consigliato, ho accettato senza grande convinzione già pronto a sbattergli in faccia, con fare spocchiosamente snob, la mia distanza da romanzetti filosofici dal retrogusto zen.

E invece… sorpresa!!!… è il libro più delicato nel quale mi sia capitato di imbattermi negli ultimi tempi. Non una parola fuori posto. Non una pagina inutile, dall’inizio alla fine. Una storia che ribalta le radici del dolore in serenità. Un intreccio di legami forti, di dubbi, di comprensione e di vita. Un’educativa passeggiata lungo il labile confine sul quale normalità e diversità finiscono con l’amalgamarsi. Una storia tenera temprata dalla durezza della montagna; mai banale, condita di personaggi mai casuali. Per scoprire che, alla fine, la manutenzione dei sensi non è altro che “Le ore di cammino nella notte … Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi.”

Un padre e suo figlio – che figlio non è – e la lenta, progressiva confidenza con la sindrome di Asperger. Un padre e sua figlia, forzatamente distanti, costantemente vicini. Un padre e sua moglie, separati troppo presto da un cinico scherzo del destino, ma con una marea di sogni ancora condivisibili. La scelta coraggiosa e inconsueta di abbandonare la frenetica metropoli per trasferirsi in una baita isolata tra i boschi della Valle di Susa. La montagna, la “mia” montagna, scuola di vita e dispensatrice di emozioni. Una vita con vista sul cielo, sulle vette, sui prati. Là dove le emozioni viaggiano rapidamente portate dalle nuvole e dolcemente ricadono senza provocare rumore. Là dove solo il naturale rispetto ti impedisce di toccare le stelle.

Viene spontaneo immergersi nei personaggi, nella trama; in apnea, ripercorrendo sentieri, boschi e prati mille volte calpestati. Poi si arriva all’ultima pagina. Chiudi. Metti via, con un po’ di rammarico. Ma resta tutto lì. L’effetto che fa, più che quello di un libro che rimane dentro, è quello di rimanere intrappolati dentro al libro. E di non avere alcuna voglia di uscirne.

Enrico Galiano – Eppure cadiamo felici

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Bisogna conoscere profondamente il mondo dell’adolescenza per essere in grado di dipingerlo così bene. E bisogna avere modo di osservarlo con attenzione, da dentro. Enrico Galiano, professione insegnante, non potrebbe farlo meglio. Capace, con la sua scrittura, di farci entrare in classe insieme a lui, riesce a tratteggiare in maniera molto efficace i lineamenti più complessi di un’età spesso ininterpretabile, conflittuale ed indecifrabile.

Gioia e Lo, alle soglie della maggiore età, vivono un’esistenza ai limiti dell’emarginazione. Famiglie complicate, amicizie reali inesistenti. Pensieri ed emozioni da comunicare, ma ad un mondo diverso da quello in cui sono costretti. Tutt’altro che superficiali, Gioia e Lo. Troppo distanti dalla rassegnazione di conformarsi al gruppo per ambire ad esserne parte. L’isolamento forzato in nome di una coerenza ed un rispetto etico difficile da ritrovare nei coetanei. Pensieri troppo profondi per essere condivisi con quell’età. Segreti troppo pesanti da vivere allo scoperto.

Poi si incontrano, Gioia e Lo; si incontrano e si piacciono, fino a scoprirsi reciprocamente attratti dalla loro consapevole distanza dal mondo. Condividono istanti e pensieri dando vita ad un fluttuare narrativo continuamente sospeso sul sottile confine tra realtà ed immaginazione, tra fiducia e disillusioni, tra segreti ed emozione. Si piacciono, si cercano, si amano e si feriscono, in nome di un sentimento tanto maturo da star stretto.

Eppure cadiamo felici è un libro che va a riprendere emozioni nascoste, le mescola, le centrifuga per benino e le restituisce candide e stropicciate. Non si limita ad abbandonare sul piatto dell’emotività la visione di una favola in chiave moderna; lascia dentro una interminabile colonna sonora dei Pink Floyd, una carrellata di immagini fotografiche da concorso, un intero vocabolario di termini, in realtà intraducibili, il cui significato si spinge molto oltre la parola stessa. Verrebbe spontaneo essere capaci di creare un vocabolo ad hoc che racchiuda tutto ciò che il libro lascia dentro; sì, è un libro TECOLASO…tenerezza-confusione-lacrime-sorrisi.

Perché, anche una volta chiuso e riposto sullo scaffale, rimane per un po’ lì nella testa e riporta fuori quei frammenti di adolescenza che inevitabilmente ci restano dentro. Quando, per strani che ci sentissimo, eravamo convinti di non essere soli. Quando la “pancia” prevaricava la “ragione”. Quando rialzarsi poteva sembrare impossibile. Quando il nostro microcosmo era tutto ciò che ci bastava per cadere felici.