Luca Bianchini – So che un giorno tornerai

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“Alla fine, ognuno di noi s’innamora di chi ci guarda per un attimo e poi ci sfugge per sempre.”

Niente di più vero nella vita reale, niente di più vero di questo spaccato di vita che ci ha raccontato Luca Bianchini in “So che un giorno tornerai”, che prende spunto da una vicenda vera. Un soffio di bora accompagna queste pagine, insieme ai suoi personaggi, insieme al quadro spettacolare che è Trieste, Bassano del Grappa e Santa Severina.

Angela, madre giovanissima (diciassettenne) e la figlia Emma appena nata saranno le figure su cui si intreccerà tutta la storia: la tristezza di una nascita non cercata, associata ad un amore fallito e quindi a una figlia non riconosciuta dal padre, il non essere preparate a essere madre e quindi a scegliere una via di fuga, lontano, con la certezza che la famiglia di origine e i suoi valori sapranno crescere una creatura rifiutata. La storia si ripeterà con Emma e sua figlia Benedetta, ma Emma avrà la capacità, al contrario di sua madre Angela, di trovare risposte a domande sulla vita, che la porteranno a crescere una figlia con una madre presente e consapevole di poter contare sulla famiglia di origine.

Trieste è unica, e in questa storia ci calza a pennello, perché quello che troverete descritto di questa città è quello che Trieste è veramente. Trovo che sia il contorno perfetto a questa storia di relazioni, di intrecci, di amori fulminei, ma dove l’ovile, la famiglia, i fratelli sono quello che di più prezioso c’è per superare le difficoltà a cui ci mette di fronte la vita.

Un testo scorrevole, una sensibilità di scrittura in cui si riconosce Luca Bianchini, una storia vera, raccontata per caso e stesa tra le pagine di carta. Un modo per riflettere, per capire, per ritrovarsi, per correre dietro a un amore impossibile, ma intensissimo. Un argomento di alta sensibilità, il rapporto tra una madre e una figlia a distanza, difficile, introverso, dove l’unica richiesta è “voglio la mamma”, ma dove questa figura non riesce ad accettare questa creatura senza l’amore del padre, un padre che capirà i suoi errori nel corso della vita e che cercherà di porre rimedio.

Ma gli amori sanno veramente aspettare? Leggete il libro e lo saprete!

Rosella Pastorino – Le assaggiatrici

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Pochi giorni dopo essermi immerso negli obbrobri della Seconda Guerra mondiale attraverso la figura de Il tatuatore di Auschwitz e le vicende di Resto qui, decido di soffermarmi sul tema e mi tuffo in un romanzo attualmente di gran successo: Le Assaggiatrici.

Ricca di personaggi ben tracciati, la storia ruota intorno a Rosa, giovane donna a servizio di Hitler, impiegata come cavia per salvaguardare il Führer da eventuali tentativi di avvelenamento. Affrontare con costrizione ogni pasto con il timore che possa essere l’ultimo. Mettere a rischio la propria vita per una causa contro la quale si combatte. Vincere, da “straniera” berlinese, la diffidenza delle altre assaggiatrici instaurando confidenza e taciti accordi.

Rosa è fame e paura, rassegnazione e voglia di vivere. E’ una giovane donna zavorrata dall’incertezza di un marito al fronte, combattuta tra il peso della speranza e dell’attesa ed il desiderio di sentirsi viva.

Costretta a convivere con un ambiente non suo, cerca di accomodare i propri atteggiamenti e le proprie pulsioni per farsi accettare da quel poco che le è rimasto. In un ambiente dove creare legami sembra impossibile, dove la salvezza di se stessi coincide con il sacrificio degli altri, dove fame e paura giocano malignamente a rincorrersi, Rosa deve muoversi in punta di piedi per restare viva, fuori e dentro, danzando in equilibrio, non senza scivoloni, sul fragile filo dell’integrità.

Leggere Le Assaggiatrici è quasi guardare un film. Una sceneggiatura perfetta sulla quale viene istintivo pensare agli attori giusti ed attribuire i ruoli. Scorrono le parole e proiettano immagini. Una storia capace di mescolare sapientemente angosce, sentimenti, drammi e turbamenti. Sottovoce. Un incalzare soffocato di relazioni umane in un contesto che di umano ha ben poco.

Scrittura pulita ed educata, quella di Rosella Pastorino, abile a ricostruire pagine intense da uno spunto di storia reale e poco esplorata. Un romanzo da assaggiare e gustare con calma, senza scossoni, per amalgamare al meglio i molti ingredienti che lo compongono. Con la certezza di non rimanerne intossicati.

Cristiana Astori – Tutto quel buio

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Da Torino a Budapest.
Due città dall’indiscusso fascino esoterico, unite da un sottile filo di una ricerca: il film Drakula halála.
Un a dir poco originale collezionista torinese incarica Susanna Marino, una trentenne laureata in cinema al DAMS e dalla vita alquanto precaria, di ritrovare il film muto degli anni ’20 che porta per la prima volta sul grande schermo il Dracula di Bram Stoker.

Scomparso in Ungheria nella primavera del 1923, la pellicola è divenuta ossessione per i collezionisti del ramo ma chiunque provi a rintracciarla, o riesca a venirne in possesso muore alimentandone l’aurea di film maledetto.
Ciò che colpisce di questo romanzo è la tinta, la sfumatura più scura di buio con cui il lettore è portato spontaneamente ad immaginare le scene e i dialoghi man mano che si addentra nella lettura. Che sia di giorno o, a maggior ragione di notte, ci si sente costantemente avvolti da ombre inquietanti dove ciò che gira intorno alla protagonista non appare mai certo né definitivo.

La presenza del famoso Vampiro è intrinseca e costante benché non si palesi mai, cedendo le luci della ribalta ai drammi e ai ben più tragici ed efferati crimini perpetrati dagli umani.

Viaggiamo con Susanna e affrontiamo con lei ogni passo e ogni conquista dell’ardua ricerca. Sfidiamo gli ostacoli e le situazioni più impervie di un gioco mortale dal quale però, sembriamo non potere più tirarci indietro. Il nostro sguardo si appanna sotto i colpi della narcolessia di cui Susanna soffre, e respiriamo affannosamente con lei mentre ci perdiamo nei labirinti della Budapest sotterranea.

Tutto quel buio è la quarta puntata della serie, dopo Tutto quel nero, Tutto quel rosso e Tutto quel blu, che vede come protagonista Susanna Marino. La scrittura è avvincente e la trama dosa sapientemente i colpi di scena così da trattenere l’interesse costantemente appeso ad un filo fino all’epilogo. Il solo appunto che mi sento di fare, è che se si incappa in questo episodio senza aver letto i precedenti, la scarna presenza di riferimenti a quanto accaduto nel recente passato della protagonista, rende ostica la comprensione delle citazioni e i risvolti psicologici del suo vissuto.

Patrizia Durante – Mani impure

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Un rito.
Una punizione che passa attraverso una lunga e lenta purificazione.
Tutta l’attenzione è sulle mani. Mani che si sono macchiate del peggiore dei crimini.
Mani scuoiate, una tortura che sembra così sofisticata e curata in ogni dettaglio da portare in secondo piano persino la morte del malcapitato. Che poi, detto tra noi, tanto sventurato non è.
Non mi dilungo di più nella trama, perché temo di svelare troppo, perché di cose da raccontare ce ne sarebbero.

C’è una Torino presente fin dal primo capitolo con uno dei suoi scorci più belli e suggestivi: la Cavallerizza Reale, andateci al tramonto e guardatela dopo aver letto il libro e poi mi direte se non sentite un brivido scorrervi sottopelle.
Ci sono i profumi della Provenza, l’aria umida della Colombia di cui ti sembra di sentire anche le zanzare. L’ombra dei Servizi Segreti su una storia tutt’altro che inventata.

La scrittura di Patrizia Durante non si accontenta di mostrarti un immagine, è capace di fartela respirare. Prende una storia scomoda, un argomento scottante di quelli che nessuno legge mai volentieri, e lo fa con quella delicatezza che contraddistingue, credo, la “mano” di una donna. Non hai bisogno di “sguazzare” nella scabrosità, la lascia intendere ed è possibile scorrerci sopra, non senza emozionarsi, certo.

Il commissario Rebecca Messori, determinata e ostinata come sanno essere le donne che si fanno strada in un mondo quasi prettamente maschile. Sposata con due figli grandi e un matrimonio in discussione. Non è difficile entrare in empatia con lei, con i suoi slanci e i momenti in cui ha bisogno di fermarsi e riprendere contatto con se stessa. Capire i suoi dubbi e gli scrupoli. È facile stare dalla sua anche quando sembra, per certi versi, se non giustificare almeno comprendere quello che passa per la testa del serial killer che è tenuta a fermare, e pure in fretta, perché il sangue continua a scorrere più veloce delle lancette. E del sangue potete sentirne quasi l’odore.

E non vi stupite se, alla fine, forse vi ritroverete a capire anche voi le ragioni del killer e per certi versi, di provare compassione.

Silvia Zucca – Il cielo dopo di noi

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“Cosa staranno facendo ora Gemma, Alberto, Luce, Adelina e Philip?”. Silvia Zucca ha avuto la capacità di farmi diventare amica dei personaggi di questo romanzo in appena tre giorni. Me li sono immaginati in ogni minimo dettaglio, grazie alle descrizioni minuziose e mai banali dell’autrice: li ho creati nella mia fantasia anche con i loro sentimenti, gli sbalzi d’umore che non riuscivo a spiegarmi e che l’autrice svela sapientemente alla fine. E poi, come se questo libro non mi fosse capitato tra le mani per caso, le coincidenze con la mia vita (tra nonni, riferimenti a Shakespeare e ai gelsi) me ne hanno fatto innamorare fin dal primo capitolo. Così in tre giorni ho sparpagliato per la mia mente tutte le tessere del puzzle che Silvia Zucca ha abilmente preparato per i suoi personaggi e mi sono messa a riordinarle, stupendomi e rimanendoci male o rallegrandomi con loro.

Miranda, Mira per gli amici (i pochi che ha, grazie al carattere schivo e anche un po’ acidello) riceve una telefonata dalla propria sorellastra (più piccola e pure incinta) dopo dodici anni di silenzio: loro padre è sparito e lei è la sola che possa ritrovarlo. La (forse) cinica Mira accetta la proposta della sorella con la promessa di dividere a metà l’eredità della nonna ormai morta: inizia così a cercare nelle scatole lasciate in soffitta dal padre, che per lei è ormai uno sconosciuto, dando vita aduna serie di flash back che fanno danzare il lettore tra gli anni ’80, la fine della Seconda Guerra Mondiale e i giorni nostri. Non solo il tempo non ha dei confini fissi, ma anche la geografia cambia e, dalla grigia e piovosa Milano, ci spostiamo a Sant’Egidio dei Gelsi, un paesino nelle colline piemontesi. Dalla descrizione che la Zucca ne fa vi assicuro che sentirete profumo di vino e uva matura, immaginerete terrazze di filari ininterrotti che degradano su prati verdi e lussureggianti. Vi piacerà così tanto Sant’Egidio dei Gelsi che sarà un tuffo al cuore scoprire che non esiste, se non nella fantasia della scrittrice e vostra! Mira, che come la Miranda del “The Tempest” di Shakespeare ha un rapporto burrascoso (per restare in tema) col padre, lo ritroverà e insieme, seppur controvoglia, dipaneranno la matassa di segreti e bugie (a fin di bene) che li ha tenuti prigionieri nel loro rancore per ben dodici anni.

Una tempesta di sentimenti e contraddizioni che si snoda in un contesto storico doloroso ma che non può essere dimenticato, come quello della lotta partigiana. “La tempesta”, metafora che collega le varie parti del romanzo, è anche la distruzione della guerra che rischia di annientare i sentimenti: in questo sconvolgimento di ieri e di oggi, alla fine tutte le tessere del puzzle trovano la loro posizione.

“Il cielo dopo di noi”: cosa rimane nel nostro cuore dopo che la tempesta è passata? Se volete saperlo, vi consiglio di leggerlo!