Stefano Bonazzi – A bocca chiusa

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Sin dall’inizio l’ho immaginato seduto ad un tavolo. La stanza spoglia e poca luce che filtra dalle tapparelle, come quando era piccolo a casa dei nonni. Lo immaginavo con uno zippo in mano, una sigaretta accesa a raccontare la sua storia, alle volte facendo anche spallucce, come dire “sì, è successo… ma…”. Come se raccontasse una vita non sua.
Invece era la sua storia, dolorosa e profonda quanto un colpo di macete.
L’autore di A bocca chiusa, Stefano Bonazzi, attraverso la voce del suo piccolo protagonista ti porta all’ingresso degli inferi e, seppur d’istinto vorresti fermarti e fare due passi indietro, ti obbliga a lasciarti trascinare ancora più in basso.

Afa, caldo, dolore, impotenza, speranza, fantasia come via di fuga, silenzio, buio, ombra e morte e ancora più giù.

Il narratore, un bimbo di dieci anni vittima di violenza fisica e psicologica da parte di un nonno-padrone e quasi abbandonato a sé stesso da una madre assente e assorta, mi ha ricordato il Nicolas de La settimana bianca, di Emmanuel Carrère.

Bonazzi indaga, con la stessa maestria, nell’animo del protagonista d nella sua evoluzione/involuzione. La sopravvivenza che passa attraverso la solitudine come rocca di autodifesa inespugnabile, e l’uso e abuso di psicofarmaci, fino all’epilogo quanto mai inatteso e sorprendente. E come il suo collega francese artiglia l’anima del lettore, spremendola a sangue.

Non è un romanzo facile.

Non è una di quelle storie che sfogli a cuor leggero e ti lasciano immagini e profumi nella testa quando, rientrando a casa, aspetti di riprendere il libro tra le mani. È un romanzo dai profumi acri come il sudore che scorre nelle lunghe ore di abbandono che il protagonista subisce, chiuso in un terrazzo al sole in piena estate. Immagini come questa ci indignerebbero anche solo si parlasse di un cane, l’empatia del lettore resta ferita nel profondo quanto quel bambino.

Non è un romanzo facile perché ci costringe ad andare a fondo ad una di quelle situazioni in cui non vorremmo mai entrare. L’autore ci costringe a guardare, a riflettere, ci obbliga a convivere con un finale che ha tutt’altro sapore che il riscatto.

Stefano Bonazzi ci induce a pensare che davanti a storie come questa, restare a bocca chiusa, sia inaccettabile.

Le saracinesche sono state abbassate. La gomma antiscivolo si è deteriorata e il pavimento sembra la pelle di un dinosauro morto, piena di crepe e tagli. Colonie di scarafaggi si muovono al di sotto, è un mondo a parte.
Le giunture sono arrugginite. Le insegne le hanno nascoste con del nastro adesivo nero. I bidoni della spazzatura sono stati svuotati. Adesso, per capodanno, i ragazzi ci gettano dentro i petardi. Ogni anno esplodono lanciando frammenti di plastica muscoli come coriandoli.

 

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André Aciman – Chiamami col tuo nome

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Un tempo, per un libro come Chiamami col tuo nome di André Aciman, si sarebbe parlato di ‘romanzo di formazione’, benché questa meravigliosa storia d’amore fra un adolescente, Elio, e Oliver di sette anni più anziano, e quindi da poco uscito da quella confusa stagione che è appunto l’adolescenza, sia molto di più.

Ambientato in un luogo imprecisato della Riviera Ligure di Ponente intorno agli anni ‘90 – ma anche l’epoca non è chiara – nella meravigliosa Villa della famiglia del protagonista e voce narrante, narra la storia di Elio, bravo e talentuoso pianista, giovane di ottima cultura e figlio di un noto professore universitario il quale ogni estate offre una stanza della propria Villa a un giovane letterato di norma straniero.

Per sei settimane, Elio è costretto a lasciare la propria stanza all’ospite di turno e a trasferirsi in quella adiacente e di gran lunga più modesta, affacciata però sul medesimo balcone. I giovani ospiti hanno un unico compito: aiutare, per un’ora al giorno, il padre di Elio a sbrigare corrispondenza e incartamenti vari. Le giornate scorrono lente e pigre, intervallate dai pranzi ricercati e sontuosi preparati dalla cuoca Mafalda, a cui partecipano i residenti, gli amici e i parenti di passaggio; dalle fatiche del giardiniere Anchise; dai lunghi bagni di mare e dagli incontri con i giovani villeggianti del vicino borgo.

Quell’anno, l’ospite è un giovane americano poco più che ventenne: Oliver. I due ragazzi, uniti dal comune amore per la letteratura e la musica, scopriranno a poco a poco una sintonia di anime e infine di corpi. La loro storia seguirà un percorso accidentato fatto di momenti bui, di incomprensioni, gelosie e di quella titubanza nel presentare se stessi, le proprie emozioni e i propri pensieri tipica di chi si sta affacciando all’età adulta. Pagina dopo pagina, Aciman ci trascina incantati attraverso un’estate magica e indimenticabile fino al compiersi dell’incontro di amore fisico fra Elio e Oliver, incontro suggellato dallo scambio dei loro nomi, così che, per il resto della vita, ciascuno sarà una parte essenziale dell’altro:

“Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso.”

Da questo libro, dolce e struggente, il regista Luca Guadagnino ha tratto nel 2017 un film che ha ricevuto diverse candidature ai premi Oscar.

 

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Donatella Di Pietrantonio – L’arminuta

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Ecco svelate da Donatella Di Pietrantonio tutte le distanze che separano la periferia rispetto al centro. Distanze geografiche, culturali, sociali ed affettive. Il nervo scoperto delle dinamiche familiari nel contesto rurale degli anni ’70.

Il quadro di un’Italia spaccata tra le contraddittorie, apparenti felicità e facilità della borghesia di città che tutto si può permettere ed il mondo periferico fatto di braccianti ed operai che faticano per un tozzo di pane da portare a tavola; gente che sotto una scorza dura mostra cuori che battono per le disgrazie ed i dolori che la vita sembra proporre loro in continuazione.

La continua contrapposizione tra “il paese” e “la città” raccontata attraverso l’intimo girovagare per l’adolescenza de l’arminuta, “la ritornata”, tredicenne contesa e rifiutata da due famiglie, costantemente sospesa sul confine tra amore ed abbandono. Il dolore della perdita e la volontà di farsi accettare dal mondo che l’ha abbandonata.

Ritrovarsi all’improvviso catapultata in una realtà familiare nuova, nella fatica della vita di paese, tra parenti mai conosciuti prima, dove la tavola offre il poco che l’indigenza consente, rende l’abitudine e gli agi del benessere cittadino ancor più difficili da smontare. Eppure la sofferenza ed il disagio finiscono col lasciare spazio alla scoperta di affetti e legami nuovi: una sorella minore tanto grezza quanto genuina e leale; un fratello maggiore che flirta con l’illegalità ed un fratellino “ritardato” bisognoso di attenzioni; e persino una madre naturale severa e distaccata apparentemente incapace di dispensare affetto. Ma l’idea di fuga e di ritorno alla città restano una costante nella testa dell’arminuta; la prima madre, le amicizie, la danza. E le profonde incertezze sul perché sia stata abbandonata.

Non ha neppure un nome, l’arminuta. Quasi a voler rendere ancora più accentuata la sua apparente “invisibilità” affettiva.

Non ha un nome nemmeno “il paese”. E neppure “la città”. Quasi a voler generalizzare geograficamente un contesto che avrebbe potuto essere un po’ ovunque. A voler semplicemente sottolineare la differenza tra il mondo rurale e quello urbano.

Scava profondo nel più atavico dei sentimenti umani, l’arminuta, il legame materno e quello familiare mettendone in evidenza l’aspetto fluttuante ed ingannevole.

Un romanzo intenso, triste, profondo e delicato, ricco di inflessioni dialettali che ne acuiscono le tonalità familiari. Storia di dolore, amore, morte, incesto, dignità, speranza e rassegnazione. C’è quasi tutto. E scorre via attraverso pagine asciutte, schiette ed incisive.

 

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Sara Magnoli – Se il freddo fa rumore

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Se il freddo fa rumore: quanto rumore abbiamo nella nostra testa e nelle nostre orecchie se fa freddo? E non intendo il suono dei denti che battono, ma il “non suono” che i sentimenti sterili e freddi lasciano dentro di noi. Proviamo ad immaginare la parola freddo non solo come una conseguenza delle temperature rigide dovute all’inverno e, come leggiamo nel libro di Sara Magnoli, la parola freddo che troviamo nel titolo viene spiegata con maestria all’interno del giallo e assume tutt’altro significato.

Capitoli brevi, spesso brevissimi, che cambiano scena, che ti trasportano su altre frequenze, ma che compongono un puzzle perfetto, perché Sara Magnoli riesce dietro allo scorrere di una trama a far emergere etichette, a far meditare su sentimenti che spesso cerchiamo di cancellare, di non vedere, di tenere nascosti.

Personaggi che non puoi identificare nella tua mente, ognuno di loro ha dei tratti, non solo fisici, ben precisi che ti portano a immaginare uno scenario d’insieme in una società che spesso si perde dietro apparenze, etichette, religioni, senza dar peso alla persona e ai valori della stessa.

La voglia di far conoscere una zona ormai lasciata in balia di se stessa, intorno a Milano Malpensa, dove una volta c’erano famiglie, campagne, scuole, vita, ma che ora necessiterebbe di una riqualificazione del territorio che come sappiamo molto spesso stenta ad arrivare.

Sara Magnoli è brava anche a descrivere un mestiere, quello del giornalista: riesce a fondere tra le sue pagine Lorenza e Fulvo, i due personaggi a cui verrà affidata la cronaca della sparizione di due ragazzine adolescenti; due modi diversi di fare giornalismo: quello d’assalto e quello di verifica delle notizie, verranno fuori tra pagine. Un mondo dietro quello del giornalista, difficile per certi versi, facile per certi altri, ma con la ricerca della verità, e con il pensiero che dietro una notizia ci sono sempre degli umani, nella ragione o nel torto.

Sonia e Najeeba, due ragazze che si allontanano da casa, che non si conoscono, dove si pensa al solito movente del pedofilo, della baby prostituzione, due religioni diverse e due società di appartenenza diverse, ma alla fine sono due ragazze che sentono il rumore del freddo.

Perdetevi tra le pagine di questo libro: il finale non è scontato e il freddo entra nel cuore prima che nelle ossa e fa rumore!

 

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Tiziana Silvestrin – La profezia dei Gonzaga

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Con La profezia dei Gonzaga, Tiziana Silvestrin ci accompagna con grande bravura, sapienza e un formidabile senso del ritmo, in una Mantova autunnale e piena di misteri.
Siamo nel 1596 e la dinastia dei Gonzaga sembra d’improvviso minacciata di estinzione. Il tutto a causa della sparizione della mummia del Passerino nel corso dei lavori di ristrutturazione del palazzo del Capitano, parte significativa di palazzo Ducale o Reggia dei Gonzaga.

Di rientro dall’ultima missione in Francia, il capitano di giustizia Biagio dell’Orso viene accolto da un prefetto delle fabbriche, architetto Antonio Viani, sconvolto dall’inspiegabile furto della mummia e terrorizzato al pensiero della punizione che il duca Vincenzo intenderà infliggergli per non aver vigilato a dovere, durante il trasloco legato ai lavori edili, sullo stravagante amuleto.

La storia è nota: Rinaldo Bonacolsi, detto il Passerino, capitanava la famiglia che per mezzo secolo aveva dominato Mantova quando, nel 1328, Luigi Gonzaga aiutato dai figli e dal suo alleato Cangrande della Scala, riuscì a scalzarlo. In seguito a un colpo di spada e alla seguente rovinosa caduta da cavallo, il Passerino era morto proprio nel palazzo del Capitano.

Un astrologo aveva vaticinato a Luigi che finché avesse custodito nella sua dimora il corpo del Passerino la stella dei Gonzaga avrebbe brillato nel cielo.

E così era stato nei trascorsi quasi trecento anni. Pertanto, scopo di chi ha sottratto la mummia è screditare e poi distruggere non solo i Gonzaga, ma lo stesso Biagio dell’Orso visto che la difesa dei duchi è suo compito precipuo, come pure, in questo caso, scoprire chi ha rubato la mummia, come ci è riuscito e perché lo ha fatto. Chi trama nell’ombra e chi trarrebbe vantaggio dalla fine della dinastia dei Gonzaga?

Tornano in questo quinto capitolo della saga i personaggi che abbiamo imparato a conoscere e ad amare: la bella veneziana Rosa, compagna di Biagio e afflitta, a ragione, da una furibonda gelosia nei suoi confronti; il consigliere ducale Marcello Donati e sua moglie Cecilia; il bargello e braccio destro di Biagio, Gió Morisco; l’illusionista Colorni e sua figlia Estella. In un susseguirsi di agguati, scoperte, tranelli, tradimenti e cento altri colpi di scena, la vicenda trascorre fra il ducato di Mantova e la corte dell’Imperatore Rodolfo II a Praga.

Tiziana Silvestrin, come già nei precedenti romanzi, è prodiga di notazioni storiche e affascinanti, nonché documentate con precisione e rigore, descrizioni di abiti, ambienti, cibi e usi dell’epoca.

Ritmo incalzante e tagliente, personaggi vivi e vivaci, dialoghi ottimi e all’occasione divertenti, La profezia dei Gonzaga incanta dalle prime battute e, come un romanzo di cappa e spada, ci lascia fino alla fine con il fiato sospeso e la piena speranza di un prossimo seguito.

 

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