Maurizio de Giovanni – Vuoto

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Ottavo capitolo della saga dei Bastardi di Pizzofalcone, Vuoto di Maurizio de Giovanni è un romanzo struggente e ricco di umanità ambientato in una Napoli in bilico fra autunno e inverno, dove il freddo vento di tramontana e i cieli corruschi fanno da perfetto scenario non solo alla cupa storia di un tradimento – di pensieri e corpi – e di una scomparsa, ma anche agli altalenanti stati d’animo di cui sono vittime, a vario titolo e grado d’intensità, i componenti della squadra capitanata dal vice-questore Palma.

L’indagine legata alla sparizione di Chiara Fimiani, professoressa di lettere in un liceo ‘difficile’ e moglie di un notissimo imprenditore e benefattore partenopeo, è il perno intorno al quale ruotano le personali vicende di Ottavia e Palma, di Alex e del suo difficile rapporto d’amore con Rosaria Martone della Scientifica, di Francesco Romano e delle sue donne, di Lojacono, sua figlia Marinella e del bel magistrato Laura Piras, dell’agente scelto Marco Aragona, buffo e irritante, ma molto meno sciocco e superficiale di quanto si creda.

Due nuovi eventi sconvolgeranno i già precari equilibri del commissariato di Pizzofalcone: il salvataggio in extremis, proprio da parte di Aragona, di Giorgio Pisanelli e l’arrivo da Torino, come sua sostituta, della vicecommissaria Elsa Martini, rossa di capelli e con una macchia inquietante sul suo curriculum.

Vittime, carnefici e poliziotti. Ciascuno impegnato a combattere e a dibattersi nel proprio personale vuoto che, come l’autore (e la Fisica) ci ricordano, in realtà non esiste poiché in esso si agitano senza posa una miriade di sentimenti ed emozioni contro i quali è arduo battersi e impossibile vincere.

Come sempre, una grande prova di bravura di Maurizio de Giovanni.

Giancarlo Bosini – Giallo Milano

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“La carta e l’inchiostro. Due inconsapevoli strumenti della narrazione del passato e del presente. Testimoni di fatti avvenuti o ambasciatori di avvenimenti non ancora accaduti. Nella carta e nell’inchiostro sono conservati secoli di storie. Dalle più grandi alle più modeste. Pubbliche e intime, vere o false”. Credo che queste poche righe possano in qualche modo racchiudere l’indagine alla quale ho assistito leggendo questo piacevole giallo di Giancarlo Bosini.

Parliamo questa volta, prettamente di un giallo, nulla di spaventoso, nulla di ciò che caratterizza il genere thriller. Un po’ di suspense? Sì, ma non troppa. Navighiamo lentamente tra i navigli, passeggiamo tra le vie di Milano, tra le case dalle tinte gialle, quel tipico “Giallo Milano” e siamo in pieno clima sessantottino! Le prime contestazioni studentesche, i primi scioperi e lotte operaie, dove il mondo politico attua la strategia della tensione sperando di placare gli animi. L’architetto Luigi Bellotti, docente alla facoltà di Architettura, si trova, suo malgrado, immischiato in una brutta faccenda, in cui pare c’entrino i servizi segreti deviati, la politica e il clero : una miscela esplosiva per far sì che il Bellotti rischi addirittura la vita per far emergere la verità. Una verità scomoda che sarebbe meglio lasciare lì, insabbiata, come lo era da anni, da secoli! Invece no, lui è un testardo, un uomo sano di principi, leale. Quando capisce che la morte della collega che lavorava allo stesso progetto di restauro alla chiesa per il quale è stato chiamato lui, è in qualche modo collegata a certi ritrovamenti fatti durante i lavori, vuole andare fino in fondo nonostante le, non troppo velate, minacce che gli giungono dalle alte sfere politiche.

È davvero un’opera di Leonardo quella che si nasconde lì sotto? Esiste davvero un libro dal quale l’artista ha tratto ispirazione per i suoi immensi progetti? E perché è così importante che non venga alla luce? E poi c’è quella lettera. Non vi dico altro.

Un romanzo dove realtà e fantasia trovano un perfetto equilibrio, ripercorriamo alcuni fatti storici affiancando Luigi nell’indagine. Ci caliamo un po’ nel suo privato: single, pochi amici, una vita tranquilla e poco vivace per la sua ancor giovane età, una mamma iper protettiva e un papà ammalato con il quale ha un rapporto contrastato. E un vecchio amore dell’adolescenza, mai dimenticato, che il destino forse vorrà far ritrovare. [Continuo a pensare che il fato esista, che tutti rientriamo in un disegno al quale non possiamo sottrarci, almeno completamente, ma credo che (…) stia a noi saper cogliere le possibilità dalle quali dipenderà il nostro presente e il nostro futuro.]

Le splendide descrizioni della Milano vintage ci fanno rivivere un passato non troppo lontano che, per chi conosce la città, è sicuramente un bel ricordo e per chi non la conosce è un piacevole viaggio nel tempo. [Guardo il fiume di questa città. Con i suoi bazar e i suoi barconi mi rammenta i navigli che furono testimoni inconsapevoli di una storia maledetta.] Le descrizioni delle opere architettoniche, a volte un po’ troppo tecniche per i non addetti ai lavori, sono affiancate ad altre quasi poetiche del suo lavoro, un lavoro che l’Autore fa di professione e che tra le righe si capisce bene quanto sia appassionato!

Scrittura fluida, niente fronzoli inutili, 140 pagine ben scritte che si bevono come un buon caffè dal retrogusto un po’ amaro per le riflessioni che ci lascia sul finale.

Alessandro Baricco – The Game

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Ci sono personaggi la cui popolarità, in positivo o negativo, sconfina oltre la reale conoscenza. Baricco è senz’altro uno di questi; mostro sacro della letteratura italiana secondo molti, insopportabile uomo-immagine autoreferenziale per altri. Spesso a prescindere, senza nemmeno averne letto riga alcuna. E così, con qualche pregiudizio ma nessuna precedente esperienza baricchiana, decido di addentrarmi nel suo mondo partendo dal fondo. Di The Game mi lascio ispirare dalla copertina, non certo dal titolo.

Con ancora nelle orecchie l’eco del pubblico elogio dei suoi romanzi, naturalmente mi ritrovo ad affrontare qualcosa che romanzo proprio non è. Un saggio forse. Un’analisi sulla rivoluzione digitale, sull’umana trasformazione mentale e posturale che ripercorre l’evoluzione calciobalilla-flipper-videogame.

Tutt’altro che facile e banale, sia chiaro. Forse il genio di quest’opera sta proprio nel contestualizzare ed interpretare in maniera puntuale e argomentata la svolta epocale generata dal web e dall’Oltremondo. Una ricerca approfondita e mai banale, talvolta illuminante, di concetti che ciascuno di noi coetanei della digitalizzazione ha in mente ma non è mai riuscito a mettere pienamente a fuoco. Una descrizione degli episodi chiave che hanno in qualche maniera sancito i passaggi epocali della trasformazione in atto.

Confidando in una lettura imparziale del fenomeno, infastidisce un po’ la sensazione (molto personale, eh…) di celebrazione assoluta degli effetti generati dalla rivoluzione digitale. Per carità, per analizzare anche l’impatto sociale della diffusione capillare del web non basterebbe forse un’enciclopedia e, probabilmente non era nelle intenzioni dell’autore. Ma se davvero la rivoluzione digitale è nata per non ripetere gli orrori di un secolo sciagurato, siamo sicuri che non ne stia generando altrettanti, soltanto più globali?

E siamo davvero sicuri che l’eliminazione di confini, élite e caste, che l’annacquamento della verità e che la democrazia totale (un po’ come il calcio totale dell’Olanda, in fondo…) generino un sistema funzionante? E’ davvero corretto mettere sullo stesso piano la casalinga di Voghera con l’esimio Prof. di immunologia? Boh, … in fondo è lo stesso processo virtuoso che permette ad un signor nessuno come me di confrontarsi (virtualmente, ça va sans dire) con il mostro sacro Baricco.

Ecco, il pregio assoluto di The Game è che offre molti spunti di riflessione. Analizza in maniera piuttosto incontrovertibile gli eventi ed i loro effetti ed apre un fronte di discussione sulle nostre capacità di adeguamento ed adattamento.

Non è un libro semplice ma è oggettivamente scritto benissimo. Serve essere interessati all’argomento e rimanere concentrati nella lettura. Solo così potrà servire da bussola per orientarsi tra le liquide verità del presente.

John Grisham – La resa dei conti

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Insolito romanzo di Grisham questo, che ci permette di viaggiare nel profondo sud degli Stati Uniti d’America e non solo.

Siamo nel 1946 a Clanton, contea di Ford, Mississippi. Pete Banning, pluridecorato eroe di guerra appena tornato dalle Filippine, proprietario terriero di una vasta tenuta coltivata a cotone, padre amorevole di Joel e Stella, marito amatissimo della loro madre Liza, da un anno rinchiusa in una casa di cura per malattie mentali dopo quello che si racconta essere stato un forte esaurimento nervoso, e fratello di Florry con la quale condivide la proprietà, uccide a sangue freddo il pastore metodista Dexter Bell. Perché?

Pete si rifiuta di spiegarne il motivo a chiunque glielo domandi, familiari o avvocati che siano, fino ad accettare senza batter ciglio la pena capitale. La sua morte trascinerà la famiglia in un vortice di desolazione, nella perdita finale della proprietà e nella scoperta dei veri motivi dell’omicidio di Pete Banning.

Una storia dal sapore shakespeariano fatta di segreti, bugie e atti mancati nella quale compare, e non a caso, per un brevissimo istante, lo scrittore Faulkner, al quale immaginiamo che la vicenda sarebbe di sicuro piaciuta. Di estremo interesse la parte centrale del libro ‘Il campo d’ossa’ che descrive in modo preciso e sconvolgente, la marcia della morte di Bataan e la successiva strenua resistenza opposta ai giapponesi nelle Filippine dai soldati americani abbandonati a Luzon dopo la resa del generale Douglas MacArthur.

Lo stile piano e distaccato di Grisham trascina il lettore pagina dopo pagina in un vortice di sorprese e storia vissuta.

Diego Collaveri – La bambola del Cisternino

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“Il sudore scendeva lento, scivolando sulle guance. Una leggera brezza penetrò dalle aperture in alto, portando l’odore d’erba bagnata dalla pioggia. L’aria umida sembrava stringermi la gola, quasi volesse strozzarmi. Un tubare, proveniente da sopra il tetto, disturbava a tratti col suo brusio sommesso il pesante silenzio che galleggiava intorno.[…] «Non è così che deve finire» dissi dispiaciuto.«Non esiste altro modo» rispose. Eravamo solo noi due, immersi in quella cappa immobile d’aria e polvere che ci avvolgeva. Fermi, inerti; statue contrapposte e riflesse nella medesima posizione.”

 
Inizia così questa nuova indagine del commissario Mario Botteghi con la quale l’autore ci fa incollare alla storia fin da subito per non darci tregua fino all’ultima riga.

 
Tutto parte dal ritrovamento del cadavere di una prostituta nei pressi del Cisternino, il vecchio acquedotto di Livorno, che sembra sconvolgere il commissario. Una strana sensazione fa risvegliare in lui certi ricordi legati alla sua infanzia che non riesce però a mettere a fuoco. Solo una vecchia canzone (“La bambola” di Patty Pravo) risuona costantemente nella sua testa e negli incubi notturni che lo accompagnano sistematicamente ogni notte. Il caso diventa per lui quasi un’ossessione: scoprire il colpevole di quell’omicidio è ormai una questione personale. A complicare l’indagine si aggiungono altre morti legate a certi appalti edili di una ditta di ristrutturazioni. Un regolamento di conti? Strani traffici di sostanze pericolose o droga? Ci sarà un denominatore comune per questi omicidi? Il Commissario si troverà ad affrontare una difficile ed intricata indagine con uno stato d’animo che è tra i peggiori che si possa immaginare. Un uomo tormentato dal suo passato [“Il buio che mi portavo dentro sembrava divorarmi,mentre il mondo intorno si nutriva gioioso di ogni microscopica semplice cosa, spensierato come su di una giostra che gira inesorabile, senza sosta, senza fermata.”], cerca nel suo lavoro, che ormai odia, una via di scampo perché è l’unica cosa che gli sia rimasta. Il tormento, la malinconia che annega spesso nell’alcool, la nebbia che lo avvolge (data anche dal fumo delle sigarette che fuma in quantità esponenziale), fanno sì che il lettore trovi un’empatia inevitabile. Non si può non provare affetto per Botteghi: si lotta con lui, si indaga insieme alla sua squadra composta da ottimi elementi: il giovane e promettente Mantovan, Busdraghi, detto Panzer, dalla saggezza spicciola che lo sorprende, valida più di quella di un profiler professionista e Bertini il medico legale con il quale ha continui battibecchi arcigni che celano una grande stima reciproca. Tra le figure femminili che gli ruotano attorno, una in particolare mi piace moltissimo: Mariella, amica e confidente che gestisce la trattoria “La Boa”, un nome sicuramente non dato a caso considerando il ruolo della donna nella vita del commissario: un rifugio per lui, un punto di attracco per i suoi frequenti momenti di tempesta. Ultima protagonista, non per importanza, la città di Livorno vecchia e nuova. Descrizioni nostalgiche di un passato ormai sovrastato dalla modernità lasciano la curiosità, per chi non la conosce, di volerla visitare! Non voglio aggiungere altro, se non sottolineare la capacità dell’autore di descrivere così bene il dolore, di prendere in mano il cuore del lettore per farlo lentamente a filetti, lasciandolo stremato.

Un intreccio giallo dalle tinte molto noir, scritto egregiamente che ci lascia con un finale spiazzante e con un unico filo che lega l’intera vicenda: i personaggi della storia devono fare i conti con un passato che li ha resi schiavi di qualcosa, impedendone la libertà, alla ricerca del riscatto da una vita che non appartiene, un riscatto che spesso non arriva e che trascina con sé dolore e solitudine. Eccellente lavoro Diego Collaveri. Alla prossima indagine, appena il mio cuore si sarà cicatrizzato!