Andrea Del Castello – La voce della morte

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Il Male ha i suoi vizi e li alimenta per rigenerarsi, per riprodursi a ciclo continuo, per duplicarsi all’infinito. Il Male è un predatore che attacca gli esemplari più deboli. E tutti nel corso della vita attraversiamo una fase di instabilità. Ci trasformiamo in guerrieri con una crepa nello scudo. È lì che si insinua il Male. Nel punto debole siamo permeabili alle tentazioni e diventiamo schiavi dei nostri vizi. Ci lasciamo affascinare dal Male tentatore che ci assicura di lenire le nostre ferite. Il Male ci seduce con la falsa promessa di proteggerci dalle nostre paure.

Leggere questo libro è stato un po’ come salire sulle montagne russe.

Una partenza tranquilla,una graduale salita e poi giù, in picchiata, fino ad avvertire quel vuoto allo stomaco che si trasforma in adrenalina, per terminare la corsa lasciando quella sensazione di appagamento e di successiva velata tristezza, come quando finisce un bel gioco.

La spinta iniziale nel buttarmi in questa lettura è stata, lo ammetto, la curiosità di vedere se un autore che ha scritto un saggio su “Come si scrive un thriller di successo”, fosse davvero in grado di tirar fuori qualcosa di buono. E, considerando la sua prima esperienza come autore di genere, le mie aspettative non sono state deluse.

Una storia che parte con un “banale” omicidio di un ragazzo trovato assassinato all’interno della sua auto dopo una notte brava in discoteca. Viene subito da dire : ah ecco, la solita storiella trita e ritrita. Invece no! Parte da qui una vera caccia al killer seriale che firma i suoi delitti lasciando sulle vittime dei segnali, come un codice per trasmettere il suo messaggio. Ed ecco che per risolvere il rebus seguiamo con grande attenzione l’indagine del commissario Giorgio Cani, un uomo cinico, scontroso, sempre in guerra con se stesso e con il mondo. Un uomo che nella sua lotta quotidiana contro il Male non considera tutto il resto, perché in fondo, un po’, è lui stesso il Male. “Vittime” del commissario sono soprattutto le persone a lui più vicine: la moglie e i collaboratori, colleghi di squadra. Ha costruito una corazza di ferro intorno a lui, fatta di cattiveria, per difendersi da se stesso e cercare di superare un vuoto per lui incolmabile. Nel corso degli eventi però questa corazza inizierà a scalfirsi, fino a rompersi e ciò che ne uscirà sarà qualcosa di sorprendente.Nel suo percorso il commissario incontrerà non pochi ostacoli, rischierà la carriera e la sua vita subirà una svolta decisiva.

Attorno a Cani ruotano, gli uomini della sua squadra, anche loro con le loro debolezze, tra luci ed ombre. Ben caratterizzati, tutti, impossibile non provare empatia per ognuno. Anch’essi subiranno una sorta di trasformazione nel corso della storia. Ognuno ricoprirà un ruolo ben preciso: chi più chi meno, saranno tutti fondamentali per la soluzione del caso.

E la moglie Letizia, il cui torto, secondo il marito, è quello di decidere di riprendere in mano la sua vita, di avere nuovamente una sua identità di donna alla quale ha rinunciato per amore suo e della figlia, annullandosi totalmente. Ma Cani non vuol saperne e si oppone fortemente alla sua scelta che la porterebbe a far parte del mondo delle macchinette per il gioco d’azzardo, un mondo che lui trova sporco e pericoloso.

Interessanti le scelte stilistiche dell’autore che ci racconta il tutto utilizzando paragrafi brevi, dialoghi diretti, capitoli piuttosto corti. La tecnica narrativa del Cliffhunger, ha spiegato lui stesso in un’intervista, prevede che il lettore resti “appeso” alla fine di un capitolo in attesa del passo successivo. Tecnica che spesso contraddistingue quei thriller detti anche page turner, ovvero creano quel ritmo incalzante che porta inevitabilmente il lettore a voler girare pagina, una dopo l’altra, come fosse preso da una dipendenza della quale non può fare a meno. E di dipendenza si parla per tutta la storia, una dipendenza che può distruggere intere vite, lentamente ed inesorabilmente.

Brividi, non solo di paura in questo thriller, ma anche sentimenti forti :rabbia, delusione, tradimenti, invidia. Ogni personaggio sarà contemporaneamente vittima e carnefice.

Non voglio svelare nulla del resto della trama perché toglierei il piacere della scoperta. Lascio però un piccolo estratto dell’epilogo del quale capirete il significato qualora vorrete conoscere che suono ha La voce della morte.

“La formica sale lungo il filo d’erba per rincorrere il suo sogno. Vuole arrivare là dove pensa di poter morire. E si protende verso l’alto, l’insetto, per congiungersi al Male che lo chiama. È la morte la sua libertà.”

 

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Bahaa Trabelsi – La sedia del custode

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Una piacevolissima scoperta. Ho conosciuto Bahaa Trabelsi, giornalista e scrittrice marocchina grazie a ‘Edizioni Le Assassine’, giovane casa editrice curata e gestita dalla splendida direttrice, Tiziana Prina, il cui occhio di riguardo e la ricerca specifica, si rivolgono verso valide autrici che provengano da ogni parte del mondo e che raccontino le diverse culture.

“Casablanca è presuntuosa. Si crede il centro del mondo, il simbolo della modernità e delle ambizioni, ma si perde nel proprio delirio. È cresciuta troppo in fretta: strade e stradine ovunque, nell’anarchia più totale. E quell’arroganza manifesta di ‘io sono la capitale economica, dell’avvenire prospero e il centro del progresso’.” E con questo sguardo Bahaa Trabelsi inizia con noi il suo viaggio attraverso una Casablanca che vive tutte le contraddizioni di un Paese diviso tra oscurantismo e modernità.

La vicenda è descritta attraverso tre principali voci narranti che si alternano nel corso dell’intera storia. Bellissimo espediente narrativo per rendere il racconto interessante e dar la possibilità al lettore di entrare nell’intimo dei personaggi. Ognuno con una propria storia, un vissuto personale che rappresenta uno spaccato della società marocchina, vite che andranno irrimediabilmente ad intrecciarsi tra loro. Grazie al punto di vista che di volta in volta cambia a seconda della voce narrante, possiamo capire quanto forti siano le correnti del cambiamento che hanno influenzato la vita dei personaggi, dandoci così una visione molto realistica di ciò che ora è una difficile convivenza tra culture differenti.

Primo personaggio che incontriamo: la giornalista, Rita, ribelle fin da giovane, divisa tra due culture (di origine occidentale di padre e musulmana di madre). Divorziata, madre single di Dina che ha cercato di crescere con lo stesso spirito di libertà e modernità che spesso l’hanno opposta alla sua famiglia, in particolare a sua madre. Lotta ogni giorno per i diritti dei più deboli e per la giustizia. Contro quell’oscurantismo che sta distruggendo il Marocco, che sembra chiudersi sempre di più al resto del mondo e che invece di aggiornarsi pare tornare indietro annullando le poche conquiste ottenute negli anni della ribellione. Un suo pensiero mi ha colpita: “Ho paura. Dell’ignoranza, dell’intolleranza, della violenza e della stupidità. Ho paura di una società che va sempre più verso il fondamentalismo islamico. Mi sento spossessata dell’Islam di mio nonno e della nostra identità”.

Altro personaggio principale: il poliziotto, Abid, uomo dal passato difficile, affonda i dispiaceri tra alcool e lussuria. Un disperato, vagante e tormentato; l’incontro con Rita sarà forse una svolta nella sua vita, lenta, ma possibile. In uno dei suoi tanti momenti d’ombra ci racconta: “Pensavo di aver vinto l’angoscia. E invece mi prende alla gola e fatico a respirare. Perché ho scelto di fare questo lavoro? L’indagine sulle traversie umane, le atmosfere inquietanti di Casablanca, le volute di fumo blu nei bar, i film di Tarantino, il lato sordido. Ho scoperto con orrore il mio amore per lo squallore della vita.”

Infine ecco l’assassino: sebbene si sappia fin dall’inizio la sua identità, il personaggio ci stupisce e sconvolge ad ogni apparizione. Giovane originario del Sud del Marocco, dalla sua sedia di custode di appartamenti signorili controlla tutto. Silenzioso, pacifico, un uomo “normale” e nello stesso tempo spietato assassino che firma i suoi delitti lasciando accanto alle vittime messaggi con citazioni tratte dal Corano, interpretate a suo personale ed insindacabile giudizio. È convinto di essere guidato da Dio, la sua missione è di purificare la città da tutti i peccatori e i miscredenti. I colpevoli sono i “nemici dell’Islam, empi, bestie feroci che non rispettano niente” (donne non sposate che restano incinte, che si vestono in modo occidentale, omosessuali, infedeli, ladri, ebrei e adulteri). Per loro l’unica salvezza può essere la morte.

“Certo, Allah è clemente e misericordioso, ma è anche molto duro nei suoi castighi! Ed eccone la prova, io sono la sua sentinella. La sentinella della luce. Allora, non provocate la collera! È un consiglio che vi do.”

Sullo sfondo di questa città della quale avvertiamo la bellezza, con i suoi odori, colori, rumori, descritti con tale enfasi da sembrare vivi, si tratteggiano drammaticamente le storie di questi tre individui e di altri personaggi secondari, ma non meno significativi, come ad esempio la figura di l’Haj(soprannome dato a chi ha già fatto un pellegrinaggio alla Mecca) poliziotto prossimo alla pensione, saggio, giusto, il “Grillo parlante” di Abid. Oummi, la mamma di Rita, musulmana dalle vecchie tradizioni che fatica ad accettare la condizione della figlia. Dina che vive e lavora a Parigi ed è in continuo contatto epistolare con Rita. In un bellissimo capitolo del libro leggiamo le riflessioni della ragazza che racconta il dramma degli attentati del 13 novembre 2015, da lei vissuto come impotente spettatrice. Il tutto avvolto da una trama così intensa, crudele e profonda da lasciare il segno.

Ogni pagina che leggiamo, fino all’ultima riga, ci regala emozioni: rabbia, tristezza, impotenza e dolore di fronte a ciò che accade alle vittime, che, attenzione, non sono solo vittime di furia omicida, bensì di violenza di vari generi: l’autrice, infatti, ci presenta molto chiaramente la condizione femminile di sottomissione all’uomo.

Un messaggio di speranza la Trabelsi vuole comunque lasciarlo, proprio attraverso Dina: “Mia madre mi ha insegnato la cultura, la diversità, i diritti umani e la libertà. Prometto di non arrendermi, di mostrare e onorare la libertà che mi ha inculcato.”

Perché in fondo: ” ‘non c’è da vergognarsi nel preferire la felicità’. Camus, come hai ragione!”

Buona lettura!

E per gli amanti delle atmosfere musicali giuste durante la lettura, ecco le musiche citate nel romanzo:
“Can’t get enough of your love Baby” di Barry White
“Heaven” di Louis Armstrong
“Cry me a river” di Diana Krall
“Innaha molhimati” di Ahmed El Gharbaoui

 

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Elisabetta Cametti – Dove il destino non muore

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“All’orizzonte, la linea immaginaria che la luce del sole rende reale nella magia dell’alba. Quell’attimo senza tempo di cui si nutre la speranza. Perché è nella prima scintilla del giorno che vivono i sogni. E ogni giorno ha la sua alba per ricordarci che ci sarà sempre la possibilità di un nuovo inizio.”

Aspettavo da tempo l’uscita di questa terza avventura di Katherine Sinclaire, personaggio già conosciuto nei due precedenti romanzi della serie “K” (“I guardiani della storia” e “Nel mare del tempo”), leggibile comunque come storia a sé. Ed anche questa volta, anzi superandosi rispetto ai precedenti lavori, l’autrice conferma la sua capacità nel tenere viva l’attenzione dalla prima all’ultima pagina, catturando il lettore in un vortice di emozioni, adrenalina, mistero e cultura del passato in un connubio meraviglioso!

La vicenda, che si svolge ai giorni nostri, è sempre seguita e “osservata” dagli occhi attenti di Napoleone Bonaparte, condottiero indiscusso e figura controversa della storia. (tra parentesi: altro che cavallo bianco, voi sapete di che colore erano gli occhi di Napoleone? Forse lo scoprirete leggendo!).

Katherine Sinclaire, nota autrice di romanzi fantasy che trattano il misterioso argomento sull’esistenza dei Guardiani della storia, si trova catapultata in una vicenda che la tocca profondamente a livello familiare: la morte suicida dello zio Theodore, guardiano dei Musei nazionali delle residenze napoleoniche all’Isola d’Elba. Avvenimento tragico che scatenerà una serie di eventi inizialmente incomprensibili, ma che via via troveranno per lei una soluzione. Seguendo una sorta di “caccia all’indizio”, Katherine donna determinata, dal carattere forte e deciso, rischierà la sua stessa vita per risolvere l’enigma più grande lasciato in eredità dallo zio. Nel corso delle indagini, che saranno seguite dal tenace ed apprensivo vice questore di Livorno Tommaso Guelfi e la porteranno dall’Elba a Torino passando per Milano, Katherine scoprirà l’esistenza di due misteriose coalizioni che da secoli lavorano nell’ombra, orientate l’una verso la ricerca dei tesori lasciati da Napoleone di ritorno dalla campagna d’Egitto, l’altra nella difesa degli stessi. Ma perché? Forse perché “i segreti del futuro sono racchiusi nel passato” e certe scoperte potrebbero cambiare per sempre ciò che finora abbiamo creduto di sapere. Scoperte pericolose che seminano morte e paura intorno a Katherine che non sa più di chi fidarsi: nessuno sembra essere chi dice, questa realtà la sconvolge, ma d’altronde “O giochi la partita da cacciatore o la perdi da preda” e Katherine decide di giocare fino alla fine per arrivare proprio là, dove il destino non muore.

Un viaggio che vale la pena di percorrere, una storia intensa, intricata, ma scritta con la fluidità che contraddistingue lo stile della Cametti che, anche quando parla della storia del passato, è come se raccontasse una favola: semplice da comprendere anche per chi è meno avvezzo alla storia. I personaggi li ami e li odi: Margherita, assistente di Theodore e guida del Museo, mi ha particolarmente colpita; l’enigmatica figura di don Zeno, di Anna Borgia, di Roger Lagrange a voi scoprirli tutti! Le descrizioni dei luoghi in cui ci troviamo, come nel suo stile, ce li fanno vivere, come fossimo fisicamente lì: le citazioni delle opere d’arte, delle sculture, di Villa San Martino all’Elba (residenza storica di Napoleone) e del Museo Egizio di Torino, per citarne un paio.

Non aggiungo altro perché questo romanzo è tutto una scoperta ed è giusto che vi facciate guidare da Katherine pagina dopo pagina e stupirvi con tutte le emozioni che vi lascerà.

Buon viaggio e buona lettura.

 

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Giancarlo Bosini – Giallo Milano

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“La carta e l’inchiostro. Due inconsapevoli strumenti della narrazione del passato e del presente. Testimoni di fatti avvenuti o ambasciatori di avvenimenti non ancora accaduti. Nella carta e nell’inchiostro sono conservati secoli di storie. Dalle più grandi alle più modeste. Pubbliche e intime, vere o false”. Credo che queste poche righe possano in qualche modo racchiudere l’indagine alla quale ho assistito leggendo questo piacevole giallo di Giancarlo Bosini.

Parliamo questa volta, prettamente di un giallo, nulla di spaventoso, nulla di ciò che caratterizza il genere thriller. Un po’ di suspense? Sì, ma non troppa. Navighiamo lentamente tra i navigli, passeggiamo tra le vie di Milano, tra le case dalle tinte gialle, quel tipico “Giallo Milano” e siamo in pieno clima sessantottino! Le prime contestazioni studentesche, i primi scioperi e lotte operaie, dove il mondo politico attua la strategia della tensione sperando di placare gli animi. L’architetto Luigi Bellotti, docente alla facoltà di Architettura, si trova, suo malgrado, immischiato in una brutta faccenda, in cui pare c’entrino i servizi segreti deviati, la politica e il clero : una miscela esplosiva per far sì che il Bellotti rischi addirittura la vita per far emergere la verità. Una verità scomoda che sarebbe meglio lasciare lì, insabbiata, come lo era da anni, da secoli! Invece no, lui è un testardo, un uomo sano di principi, leale. Quando capisce che la morte della collega che lavorava allo stesso progetto di restauro alla chiesa per il quale è stato chiamato lui, è in qualche modo collegata a certi ritrovamenti fatti durante i lavori, vuole andare fino in fondo nonostante le, non troppo velate, minacce che gli giungono dalle alte sfere politiche.

È davvero un’opera di Leonardo quella che si nasconde lì sotto? Esiste davvero un libro dal quale l’artista ha tratto ispirazione per i suoi immensi progetti? E perché è così importante che non venga alla luce? E poi c’è quella lettera. Non vi dico altro.

Un romanzo dove realtà e fantasia trovano un perfetto equilibrio, ripercorriamo alcuni fatti storici affiancando Luigi nell’indagine. Ci caliamo un po’ nel suo privato: single, pochi amici, una vita tranquilla e poco vivace per la sua ancor giovane età, una mamma iper protettiva e un papà ammalato con il quale ha un rapporto contrastato. E un vecchio amore dell’adolescenza, mai dimenticato, che il destino forse vorrà far ritrovare. [Continuo a pensare che il fato esista, che tutti rientriamo in un disegno al quale non possiamo sottrarci, almeno completamente, ma credo che (…) stia a noi saper cogliere le possibilità dalle quali dipenderà il nostro presente e il nostro futuro.]

Le splendide descrizioni della Milano vintage ci fanno rivivere un passato non troppo lontano che, per chi conosce la città, è sicuramente un bel ricordo e per chi non la conosce è un piacevole viaggio nel tempo. [Guardo il fiume di questa città. Con i suoi bazar e i suoi barconi mi rammenta i navigli che furono testimoni inconsapevoli di una storia maledetta.] Le descrizioni delle opere architettoniche, a volte un po’ troppo tecniche per i non addetti ai lavori, sono affiancate ad altre quasi poetiche del suo lavoro, un lavoro che l’Autore fa di professione e che tra le righe si capisce bene quanto sia appassionato!

Scrittura fluida, niente fronzoli inutili, 140 pagine ben scritte che si bevono come un buon caffè dal retrogusto un po’ amaro per le riflessioni che ci lascia sul finale.

 

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Diego Collaveri – La bambola del Cisternino

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“Il sudore scendeva lento, scivolando sulle guance. Una leggera brezza penetrò dalle aperture in alto, portando l’odore d’erba bagnata dalla pioggia. L’aria umida sembrava stringermi la gola, quasi volesse strozzarmi. Un tubare, proveniente da sopra il tetto, disturbava a tratti col suo brusio sommesso il pesante silenzio che galleggiava intorno.[…] «Non è così che deve finire» dissi dispiaciuto.«Non esiste altro modo» rispose. Eravamo solo noi due, immersi in quella cappa immobile d’aria e polvere che ci avvolgeva. Fermi, inerti; statue contrapposte e riflesse nella medesima posizione.”

 
Inizia così questa nuova indagine del commissario Mario Botteghi con la quale l’autore ci fa incollare alla storia fin da subito per non darci tregua fino all’ultima riga.

 
Tutto parte dal ritrovamento del cadavere di una prostituta nei pressi del Cisternino, il vecchio acquedotto di Livorno, che sembra sconvolgere il commissario. Una strana sensazione fa risvegliare in lui certi ricordi legati alla sua infanzia che non riesce però a mettere a fuoco. Solo una vecchia canzone (“La bambola” di Patty Pravo) risuona costantemente nella sua testa e negli incubi notturni che lo accompagnano sistematicamente ogni notte. Il caso diventa per lui quasi un’ossessione: scoprire il colpevole di quell’omicidio è ormai una questione personale. A complicare l’indagine si aggiungono altre morti legate a certi appalti edili di una ditta di ristrutturazioni. Un regolamento di conti? Strani traffici di sostanze pericolose o droga? Ci sarà un denominatore comune per questi omicidi? Il Commissario si troverà ad affrontare una difficile ed intricata indagine con uno stato d’animo che è tra i peggiori che si possa immaginare. Un uomo tormentato dal suo passato [“Il buio che mi portavo dentro sembrava divorarmi,mentre il mondo intorno si nutriva gioioso di ogni microscopica semplice cosa, spensierato come su di una giostra che gira inesorabile, senza sosta, senza fermata.”], cerca nel suo lavoro, che ormai odia, una via di scampo perché è l’unica cosa che gli sia rimasta. Il tormento, la malinconia che annega spesso nell’alcool, la nebbia che lo avvolge (data anche dal fumo delle sigarette che fuma in quantità esponenziale), fanno sì che il lettore trovi un’empatia inevitabile. Non si può non provare affetto per Botteghi: si lotta con lui, si indaga insieme alla sua squadra composta da ottimi elementi: il giovane e promettente Mantovan, Busdraghi, detto Panzer, dalla saggezza spicciola che lo sorprende, valida più di quella di un profiler professionista e Bertini il medico legale con il quale ha continui battibecchi arcigni che celano una grande stima reciproca. Tra le figure femminili che gli ruotano attorno, una in particolare mi piace moltissimo: Mariella, amica e confidente che gestisce la trattoria “La Boa”, un nome sicuramente non dato a caso considerando il ruolo della donna nella vita del commissario: un rifugio per lui, un punto di attracco per i suoi frequenti momenti di tempesta. Ultima protagonista, non per importanza, la città di Livorno vecchia e nuova. Descrizioni nostalgiche di un passato ormai sovrastato dalla modernità lasciano la curiosità, per chi non la conosce, di volerla visitare! Non voglio aggiungere altro, se non sottolineare la capacità dell’autore di descrivere così bene il dolore, di prendere in mano il cuore del lettore per farlo lentamente a filetti, lasciandolo stremato.

 

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Un intreccio giallo dalle tinte molto noir, scritto egregiamente che ci lascia con un finale spiazzante e con un unico filo che lega l’intera vicenda: i personaggi della storia devono fare i conti con un passato che li ha resi schiavi di qualcosa, impedendone la libertà, alla ricerca del riscatto da una vita che non appartiene, un riscatto che spesso non arriva e che trascina con sé dolore e solitudine. Eccellente lavoro Diego Collaveri. Alla prossima indagine, appena il mio cuore si sarà cicatrizzato!