Paolo Genovese – Il primo giorno della mia vita

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Metti quattro anime in cerca di se stesse a zonzo tra New York ed il New Jersey.

Metti un angelo custode alla loro guida. Metti a confronto quattro drammi personali tanto profondi da indurre a mollare tutto. Metti l’opportunità di una seconda possibilità.

Fondi tutto con una regia impeccabile ed un ritmo di quelli che ti obbligano a sacrificare preziose ore di sonno per scoprire cosa c’è dopo.

Ecco, Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese è questa cosa qui. Una settimana di viaggio di quattro disperati che hanno appena deciso di farla finita. Uno sguardo diretto e incontestabile a ciò che si è deciso di lasciare. Con la fantastica possibilità di capire e, volendo, di tornare indietro.

Uno di quei libri che ti fa chiedere “Che fine fanno i personaggi di un romanzo dopo che questo è finito?… È un po’ come se morissero“. Ma anche no.

C’è di tutto un po’, qui dentro. L’inquietudine ed il disagio di ciascuno verso la vita e i propri drammi. L’apparente incapacità ad affrontarli. La difficoltà e le conseguenze di scelte che sembrano salvare noi stessi e che pesano come macigni su tutto il resto. Luoghi ben caratterizzati e musica, tanta musica.

Passaggi comici, a tratti commoventi; pugni nello stomaco, dati con leggerezza, per chi entra nel racconto e si immedesima nei personaggi.

Una storia tanto finta, tanto impossibile, da apparire vera. Da volerci credere.

Non tutto andrà sempre bene. A volte quasi mai. La vita è una prova continua. A volte sta stretta. Basta non smettere di credere nella felicità. E provare a crescere.

Affidarsi al proprio angelo custode, lasciarsi guidare: “Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla“.

Diego De Silva – Superficie

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Lo confesso. Da quando mi sono imbattuto nell’avvocato Malinconico ed in Terapia di coppia per amanti, Diego De Silva gode della mia fiducia quasi incondizionata. Quindi, a pochi giorni dall’uscita, ritengo obbligatorio tuffarmi, alla cieca -come sempre-, in Superficie (“tuffarmi in superficie” potrebbe entrare di diritto in questo libro…).

Cambio di registro. Se vi aspettate spassose storie di amori e fallimenti, resettate tutto e preparatevi alla fiera del nonsense.

Perché di questo si tratta. Forse Superficie non può nemmeno essere definito “libro”. Assomiglia di più ad un breviario di esilaranti, irresistibili minchiate. Un’accozzaglia di frasi fatte, luoghi comuni, geniali banalità montate ad arte per provocare un cortocircuito mentale. Acume e stupidità centrifugati. La sbalorditiva fiera dell’ovvio.

Ci va qualche pagina per entrare nel meccanismo. Poi però si rischia di non uscirne… Per dare un’idea: provate ad immaginare una conversazione tra Bergonzoni, Queneau e Benni (aggiungerei anche Capossela a fare da sottofondo). E, tra loro, una bottiglia di whisky già mezza vuota, naturalmente… Ecco, la sensazione è quella di una chiacchierata poco lucida tra persone lucidamente capaci di far perdere lucidità ai propri discorsi. Chiaro, no?

Una cinquantina di pagine di “Ho un socio al 50 per cento, si chiama Stato.” – “Almirante andò al funerale di Berlinguer: avrei preferito il contrario però ho apprezzato il gesto.” – “Il gioco preferito dal bambino è quello che s’inventa con la PlayStation che trova in casa.” – “Quando all’altoparlante della stazione dicono «Il treno è in ritardo per un guasto temporaneo», credono che il viaggiatore pensi «Che culo che non è definitivo»?” …e così via.

Ci sta tutto. Un esercizio di stile azzeccato. Basta che poi, però, torni anche Malinconico, eh…

Fabio Geda – Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani

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Ancora in viaggio con Fabio Geda. In viaggio con Emil.

Romania, Torino, Berlino, Madrid, alla ricerca di qualcuno per non restare da solo. “Perché se sei solo non puoi farti imboccare”.

E allora via, alla ricerca di un nonno mai conosciuto per potere, con lui, sognare di riabbracciare il padre.

E mille e più incontri. Scazzottate, pistole, droga e abusi a far salire di giri il viaggio.

Affidarsi a sconosciuti con storie altrettanto tormentate. Entrare e farsi largo nelle loro anime. Fino a mettere in piedi, inconsapevolmente, una sgangherata squadra di supporto alle ricerche attraverso l’Europa. Che belli i compagni di viaggio di Emil! Improponibili, scombinati, emeriti sconosciuti che ben presto si dimostrano essere la parte migliore di un mondo col quale sei sempre pronto a fare a cazzotti.

Il disincanto di un ragazzino tredicenne già troppo grande per vivere la sua età, ancora troppo piccolo per essere frenato dalle amarezze che la vita gli riserva. E la sicurezza di poter contare sulla figura imponente e protettiva di…Tex Willer!

Altro protagonista, altra storia di ordinaria quotidianità sociale. Affrontata con empatia e disincanto. Con la leggerezza necessaria per indurre il lettore ad entrare nel vivo del racconto, sedersi accanto ad Emil ed accompagnarlo nel suo viaggio. E magari, perché no, confidargli sottovoce la propria storia scombinata…

Alice Basso – La scrittrice del mistero

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“Fatemi capire”. Può la trama, in un romanzo, passare in secondo piano rispetto ai suoi protagonisti? Non c’è dubbio. E allora immaginate pure Vani e Berganza che si appartano in un’area di sosta per pomiciare. Morgana in lacrime per il suo primo bacio. Riccardo che ostenta un’improvvisa francescana bontà verso il prossimo. La bella e vuota Lara che si ribella alla famiglia. Enrico l’editore che…vabbè, scopritelo da voi…

E’ innegabile, la carta vincente di Alice Basso sta nella caratterizzazione dei suoi personaggi! C’è spazio per la fantasia di ogni lettore. Immedesimarsi in uno di loro. Od Innamorarsene.

“La scrittrice del mistero”, quarta puntata della serie che ha come protagonista Vani, la ghostwriter sociopatica, mette da parte un po’ di cinismo per dar spazio alle emozioni.

Tanto da lasciar supporre – col rischio di causare un generale principio di disappunto nel lettore integralista – una deriva quasi sentimentale che, a tratti, sovrasta la trama stessa. Tanto da diventare, quasi inaspettatamente, “La scrittrice del mistero”, un vero trionfo di buoni sentimenti…

Certo è che anche il lettore più arido e privo di emozioni non resterà comunque indifferente all’empatia che lega Vani ed il commissario. Crampo.

Libro da leggere d’un fiato: in un giorno o una notte, insomma. Anche se, in realtà, volendo coglierne appieno tutte le citazioni (letterarie, cinematografiche, musicali e teatrali) sarebbe probabilmente il caso di dedicargli un mese intero! E questo “dettaglio”, degno di menzione speciale tra le doti di scrittura, lascia intuire quanto lavoro ci sia dietro.

Per onestà intellettuale, necessita un avvertimento. I romanzi di Alice creano dipendenza. Lascerete da parte importantissime attività quotidiane per ri-tuffarvi tra le pagine del libro. Sentirete un pizzico di disagio quando vi accorgerete di averlo quasi finito…e poi? E poi vi toccherà aspettare circa un altro anno per sapere cosa c’è dopo.

Daria Bignardi – Storia della mia ansia

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E’ inutile girarci intorno. La Bignardi scrive bene.

Scrive di ansia, come si “intuisce” dal titolo, ma in realtà l’ansia non è altro che un sottile filo conduttore delle vicissitudini di Lea. Come da filo conduttore funge la sua malattia che, anziché farla da protagonista, come banalmente si sarebbe potuto ipotizzare, rimane sullo sfondo quasi ad amalgamare intrecci di famiglie, amori e sentimenti.

Fa riflettere, “Storia della mia ansia”. Sui rapporti umani, su come la difficoltà possa avvicinare le persone lontane ed allontanare quelle vicine. Su come spesso i legami più complicati, quelli più difficili da gestire, quelli meno rassicuranti siano in realtà i più gratificanti. Su come i rapporti veri non richiedano necessariamente continue esternazioni. “Sai che ci sono e fattelo bastare” sembra riassumere l’atteggiamento di Shlomo, marito di Lea. Ed è tutto lì. Poi, fuori da quel rapporto complicato, benchè granitico, è quasi scontato imbattersi in emozioni facili – tutto ciò che è nuovo è facile – trovare conforto in chi i sentimenti li sa manifestare; nell’abbraccio nuovo di chi condivide le tue sofferenze ma nulla conosce realmente di te. E poi realizzare che quel “Sai che ci sono e fattelo bastare” è tutto ciò di cui hai sempre avuto bisogno. Perché magari suona un po’ arido, ma è vero!

Non ho idea di quanto di autobiografico ci sia in questo romanzo. Non amo leggere prefazioni, quarte di copertina o presentazioni. Non ho notizie sulla vita privata di Daria Bignardi. Mi piace tuffarmi nei libri “a mente libera”. Entrare nella storia e riuscire a viverla è ciò che rende emozionante la lettura. Squadrare da vicino i personaggi. Aver voglia di inveire contro Shlomo capace di affrontare a muso duro la sofferenza di Lea urlandole che “Ognuno è responsabile del suo dolore”. Shlomo, il rude narcisista che tutti noi vorremmo, almeno ogni tanto, saper essere. O contro Lea, apparentemente succube di un rapporto a senso unico. Sedersi al tavolo con Luca e godere del suo saper essere giovane, malato e scanzonato.

E quindi poco importa se e quanto ci sia di vero. E’ una storia in cui è facile immergersi. Che scivola via velocemente e, lungo il viaggio, lascia tracce di riflessione. Un bel libro. Brava Daria.