Marco Balzano – Resto qui

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Tenacia e ostinazione. Questi sono probabilmente i termini che meglio rappresentano questo libro. La tenacia e l’ostinazione che la gente di montagna, come pochi altri, sa dimostrare per difendere il proprio territorio. Difenderlo dalle ideologie politiche, dalla deturpazione, dall’invasione degli stranieri. Ma anche per proteggere un’identità da sempre confusa, quella dell’Alto Adige, terra di confini e lacerazioni, sballottata tra la cultura e le tradizioni teutoniche e il tentativo di forzata italianizzazione del periodo fascista. Costretti in uno Stato del quale non si riconoscono le istituzioni.

D’altronde già il titolo del romanzo, Resto qui, non poteva rappresentare meglio il legame di questa gente con le proprie montagne. Legame che viene tracciato ripercorrendo la vita di Trina, giovane insegnante di Curon (oggi noto come Paese sommerso) i cui sogni giovanili vengono ben presto spazzati via dalle durezze della vita e da un periodo storico particolarmente buio. La fatica e le ristrettezze per sopravvivere in una borgata di montagna, il fascismo od il nazismo come unica possibilità di scelta, la scomparsa della figlia, la fuga dalla guerra e dai rastrellamenti, il ritorno e l’estenuante ed infruttuosa battaglia per difendere la sopravvivenza della valle prima che l’acqua sommerga ogni cosa. E, malgrado tutto, restare e combattere strenuamente con ogni arma possibile; la parola, su tutte. Ed imparare ad arrendersi, con la forza consapevole di averlo fatto senza fuggire.

Oggi in Alto Adige, a Curon Venosta, frotte di turisti vanno a caccia di selfie davanti al campanile sommerso, simbolo della battaglia perduta. Senza magari curarsi della storia che quel simbolo rappresenta. Una storia che Marco Balzano riesce a mettere insieme con rara delicatezza facendo perno sulla figura di Trina e del suo silenzioso e continuo dialogo con la figlia scomparsa. Una vita spesa ad inseguire sogni, a coltivare speranze ed a lenire ferite. Attraversando, per caso, le buie pagine scritte dalla Seconda Guerra Mondiale. Per caso, perché la stessa sensazione e la stessa ostinazione -granitica come la montagna- sarebbe probabilmente emersa contestualizzando diversamente gli episodi: difendere la montagna dalla trasfigurazione del progresso, difenderla dagli eventi calamitosi. Tutte circostanze molto attuali. Tutte storie di gente di montagna che, caparbiamente, più di chiunque altro, senza sostegno, lotta fino alla fine per la salvaguardia di un patrimonio che, in fondo, è di tutti.

 

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Maurizio De Giovanni – Sara al tramonto

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E’ un titolo meraviglioso, Sara al tramonto. Già…perché Sara, al tramonto, è la parte più umana di sé. E’ Sara con le sue debolezze, con la fragilità del sentirsi quasi nonna senza essere stata capace di essere madre. E’ la faccia umana di Sara, quella che sveste i panni dell’invisibilità per aprirsi col suo piccolo pezzo di mondo, tutto ciò che in fondo le rimane. Quello del tramonto è l’appuntamento con la serenità; dopo un’interminabile giornata di indagini ed interpretazioni e prima di una notte da passare insonne per evitare l’inquietudine della visita di fantasmi incancellabili. “Sara al tramonto era diversa… aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza”.

Sara scontrosa, intrattabile, distante, supponente e tanto banale da saper non farsi notare.

Sara intuitiva, dolce, unica, inquieta e di una bellezza tanto rara da doverla cercare.

Incapace di essere stata moglie e madre, straziata dall’amore perduto, Sara condivide il poco che le resta con Viola, nuora vedova in dolce attesa, e Davide, poliziotto stropicciato succube di uno scomodo e conflittuale rapporto con il coinquilino; oltre cinquanta chili bovaro del bernese.

C’è un caso da risolvere, per i tre. C’è una bambina da salvare. E c’è da farlo in maniera del tutto non convenzionale. Sara è in pensione ma ha la capacità di capire le persone e leggerle dentro. Viola, professione fotoreporter, ha la tecnologia dalla sua parte. Davide, l’unico per mestiere titolato a indagare, deve muoversi sull’orlo di un solco profondo lasciato da un caso formalmente già risolto e chiuso.

Un’indagine in cui non c’è davvero nulla di scontato. Si costruisce pezzo dopo pezzo per giungere ad una conclusione inaspettata.

Così come, pezzo dopo pezzo, si costruisce tutto il libro. Perché leggere Maurizio De Giovanni è come montare un puzzle. All’inizio sembra che i frammenti siano del tutto scombinati tra di loro. Poi si comincia a trovare i tasselli che si incastrano. Ogni manciata di pagine si completa un piccolo quadrante. Ma fino alla fine non si ha idea di dove si possa andare a parare.

E, credete, è tutt’altro che banale.

 

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Enrico Brizzi – Tu che sei di me la miglior parte

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Benvenuti nei favolosi anni ’80! Gli anni dei paninari, della contrapposizione forte tra musica commerciale e di tendenza, tra il punk-rock e la balera. Gli anni delle videocassette e delle audio-compilation personalizzate con dedica. Chi ha calpestato la propria adolescenza in quel periodo, non potrà che ritrovare in questo romanzo qualche compagno di classe, qualche luogo, qualche gesto che non sia stato anche proprio. Gli interminabili conflitti familiari, le prime pulsioni ed i primi veri amori; la vespa, la sensazione di immortalità e la rabbia cieca ed immotivata. Poi la brutale finestra che si affaccia su un mondo più scuro; quello delle prime droghe, dello spaccio e dell’etica violenta dello stadio.

Ciò che Tu che sei di me la miglior parte descrive impeccabilmente è proprio il cammino evolutivo di un gruppo di amici d’infanzia fino alla maggior età, facendo perno sul più classico degli stereotipi: lui-lei-e-l’altro. Amici e nemici, buoni e cattivi, bene e male mescolati energicamente fino ad amalgamare un controverso triangolo sentimentale tanto irrinunciabile quanto difficile da accettare. Ma crescere è complicato e la scuola della vita spesso induce a percorrere strade poco chiare e lineari; a camminare in equilibrio sul sottilissimo filo dell’incoscienza senza curarsi delle etichette e dei formalismi. E’ la logica del branco, ma anche quella delle mode paninare. Uniformarsi o distinguersi per emergere. Vale tutto. Anga sgevù!

Nonostante il titolo -ma anche le prime pagine- che indurrebbe ad aspettarsi semplicemente un morbido intreccio di inseguimenti amorosi e avventure liceali, Enrico Brizzi usa violenze da ultrà e rapporti turbolenti per far emergere, in realtà, quanto la forza di legami veri possa resistere all’instabilità ed alle difficoltà dell’adolescenza. Oltre 500 pagine che filano via, nella Bologna della Uno bianca e dei techno-party, delle contraddizioni da parrocchia e quelle da stadio, con un linguaggio fedele agli ’80, mixato con realistiche inflessioni regionali e formule all’apparenza un tantino evolute e ricercate per far parte di quell’età.

Ne uscirete un po’ acciaccati e puzzolenti d’erba… ma ne vale la pena.

 

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Franco Faggiani – La manutenzione dei sensi

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Ho la pessima abitudine di scegliere spesso le mie letture curiosando in cerca di ispirazione tra soli titoli e copertine, nessun altro indizio. A volte funziona, altre no. Francamente, non credo mi sarei lasciato incuriosire da un titolo come “La manutenzione dei sensi” né tantomeno dalla sua copertina. Quando poi un amico me lo ha consigliato, ho accettato senza grande convinzione già pronto a sbattergli in faccia, con fare spocchiosamente snob, la mia distanza da romanzetti filosofici dal retrogusto zen.

E invece… sorpresa!!!… è il libro più delicato nel quale mi sia capitato di imbattermi negli ultimi tempi. Non una parola fuori posto. Non una pagina inutile, dall’inizio alla fine. Una storia che ribalta le radici del dolore in serenità. Un intreccio di legami forti, di dubbi, di comprensione e di vita. Un’educativa passeggiata lungo il labile confine sul quale normalità e diversità finiscono con l’amalgamarsi. Una storia tenera temprata dalla durezza della montagna; mai banale, condita di personaggi mai casuali. Per scoprire che, alla fine, la manutenzione dei sensi non è altro che “Le ore di cammino nella notte … Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi.”

Un padre e suo figlio – che figlio non è – e la lenta, progressiva confidenza con la sindrome di Asperger. Un padre e sua figlia, forzatamente distanti, costantemente vicini. Un padre e sua moglie, separati troppo presto da un cinico scherzo del destino, ma con una marea di sogni ancora condivisibili. La scelta coraggiosa e inconsueta di abbandonare la frenetica metropoli per trasferirsi in una baita isolata tra i boschi della Valle di Susa. La montagna, la “mia” montagna, scuola di vita e dispensatrice di emozioni. Una vita con vista sul cielo, sulle vette, sui prati. Là dove le emozioni viaggiano rapidamente portate dalle nuvole e dolcemente ricadono senza provocare rumore. Là dove solo il naturale rispetto ti impedisce di toccare le stelle.

Viene spontaneo immergersi nei personaggi, nella trama; in apnea, ripercorrendo sentieri, boschi e prati mille volte calpestati. Poi si arriva all’ultima pagina. Chiudi. Metti via, con un po’ di rammarico. Ma resta tutto lì. L’effetto che fa, più che quello di un libro che rimane dentro, è quello di rimanere intrappolati dentro al libro. E di non avere alcuna voglia di uscirne.

 

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Enrico Galiano – Eppure cadiamo felici

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Bisogna conoscere profondamente il mondo dell’adolescenza per essere in grado di dipingerlo così bene. E bisogna avere modo di osservarlo con attenzione, da dentro. Enrico Galiano, professione insegnante, non potrebbe farlo meglio. Capace, con la sua scrittura, di farci entrare in classe insieme a lui, riesce a tratteggiare in maniera molto efficace i lineamenti più complessi di un’età spesso ininterpretabile, conflittuale ed indecifrabile.

Gioia e Lo, alle soglie della maggiore età, vivono un’esistenza ai limiti dell’emarginazione. Famiglie complicate, amicizie reali inesistenti. Pensieri ed emozioni da comunicare, ma ad un mondo diverso da quello in cui sono costretti. Tutt’altro che superficiali, Gioia e Lo. Troppo distanti dalla rassegnazione di conformarsi al gruppo per ambire ad esserne parte. L’isolamento forzato in nome di una coerenza ed un rispetto etico difficile da ritrovare nei coetanei. Pensieri troppo profondi per essere condivisi con quell’età. Segreti troppo pesanti da vivere allo scoperto.

Poi si incontrano, Gioia e Lo; si incontrano e si piacciono, fino a scoprirsi reciprocamente attratti dalla loro consapevole distanza dal mondo. Condividono istanti e pensieri dando vita ad un fluttuare narrativo continuamente sospeso sul sottile confine tra realtà ed immaginazione, tra fiducia e disillusioni, tra segreti ed emozione. Si piacciono, si cercano, si amano e si feriscono, in nome di un sentimento tanto maturo da star stretto.

Eppure cadiamo felici è un libro che va a riprendere emozioni nascoste, le mescola, le centrifuga per benino e le restituisce candide e stropicciate. Non si limita ad abbandonare sul piatto dell’emotività la visione di una favola in chiave moderna; lascia dentro una interminabile colonna sonora dei Pink Floyd, una carrellata di immagini fotografiche da concorso, un intero vocabolario di termini, in realtà intraducibili, il cui significato si spinge molto oltre la parola stessa. Verrebbe spontaneo essere capaci di creare un vocabolo ad hoc che racchiuda tutto ciò che il libro lascia dentro; sì, è un libro TECOLASO…tenerezza-confusione-lacrime-sorrisi.

Perché, anche una volta chiuso e riposto sullo scaffale, rimane per un po’ lì nella testa e riporta fuori quei frammenti di adolescenza che inevitabilmente ci restano dentro. Quando, per strani che ci sentissimo, eravamo convinti di non essere soli. Quando la “pancia” prevaricava la “ragione”. Quando rialzarsi poteva sembrare impossibile. Quando il nostro microcosmo era tutto ciò che ci bastava per cadere felici.

 

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