Fabio Geda – L’estate alla fine del secolo

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C’è un bambino. C’è un nonno. E già questi sono ingredienti che apprezzo tanto, debolezza mia.
C’è che non si sono mai conosciuti prima. Ci sono un sacco di storie, passate e presenti. C’è la montagna, con i suoi misteri. Ci sono storie di guerra, storie di famiglia e di fumetti.

Vite lontane che si intersecano fino a fondersi in un palcoscenico unico. Continui rimbalzi temporali dipingono un quadro complesso di tre generazioni senza mai lasciarne sbavare i colori.
Tanti personaggi, tante avventure; la graniticità della montagna d’estate che si mescola alla volatilità delle immagini dei supereroi. La vorace ed immacolata curiosità di un bambino che si fonde con l’aspra vita di un vecchio burbero. Fino a dare vita ad un dipinto a quattro mani, inaspettatamente perfetta rappresentazione multigenerazionale.

Tanto ben amalgamato da lasciar confondere, a tratti, la vita di nonno Simone con quella di Zeno.
E poi c’è la forza vacillante di un legame solido tra padre e figlio, che alla convivenza tra nonno e nipote quasi fa da sottofondo, insieme ai dischi jazz. Ma anche le avventure adolescenziali, le nuove amicizie e le giovani promesse di amore eterno, facili espedienti di una generazione spensierata. A fare da contrasto, questi, con racconti di fughe, rastrellamenti, bombe, perdite inaspettate e difficoltà familiari, assai comuni nelle generazioni precedenti.

Non c’è dubbio, Fabio Geda è uno di quegli autori capaci di farti entrare dentro le storie, di farti andare a passeggio con i suoi personaggi. Di renderti partecipe delle situazioni e di farti sentire parte integrante degli ambienti. E naturalmente di farti rammaricare quando arrivi alla fine del libro. Perché poi viene da chiedersi che fine ha fatto questo o quell’altro personaggio, e invece no, volti pagina e ti resta solo la quarta di copertina e null’altro.

Fabio Geda – Se la vita che salvi è la tua

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Siete persone fredde e risolute, talmente sicure di voi stessi da governare il corso della vita a vostro piacimento? Capaci di maneggiare abilmente il destino e di non sbagliare un colpo? Inossidabili decisionisti e fermamente padroni del vostro futuro? Allora cambiate canale, questo libro non fa per voi.

A meno che non vi incuriosisca dare una sbirciata dall’altra parte della barricata. Già, perché Se la vita che salvi è la tua è il ritratto di chi affida la propria vita al fluttuare degli eventi. Di chi accetta di farsi cullare dalle onde della vita, accettandone tempeste e calma piatta. Di chi è naturalmente accondiscendente, per gentilezza e premura. Di chi fatica a dare una direzione alla propria esistenza. Di Andrea e della sua naturale propensione a non decidere. Salvo provare, di tanto in tanto, a cambiare rotta e quasi sempre arrivare tardi.

Ma lui, in fondo, è uno di noi. Aspirante qualcosa ma per nulla determinato ad ottenerlo. Andrea, la cui vera forza sembra essere quella di sapersi adattare e plasmare ad ogni tipo di situazione, senza la presunzione di volerne uscire vincente. Dal precariato all’accattonaggio, dalla vita coniugale alla completa clandestinità. In fondo, la capacità di adattamento agli eventi è pur essa una dote ed Andrea ne dimostra parecchia. Ed in ogni condizione riesce a racimolare scampoli di ammirazione e affetto.

E’ vero, ogni tanto tra le pagine viene voglia di spronarlo, di dare una sferzata alla sua apparente indolenza. Ma il più delle volte si ha la sensazione di riconoscersi, in Andrea. Di entrare nei suoi panni. Desiderare di sedersi accanto a lui e raccontargli di quella volta che, per un pelo, non siamo riusciti a cambiare la nostra vita. Perché il destino o chi per lui era passato un attimo prima. Ed evidentemente aveva progetti diversi dai nostri.

Paolo Giordano – Divorare il cielo

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C’è un po’ di tutto in Divorare il cielo. La spensieratezza delle vacanze da adolescenti. La forza struggente di sentimenti capaci di divorare l’anima. I drammi e le contraddizioni di una giovinezza anticonformista. L’eccesso di spiritualità e di una natura vissuta in maniera estrema.
Tutto raccontato con gran ritmo e incontrollata turbolenza emotiva da Teresa.

Dalla regolarità della vita torinese alle rituali vacanze in Puglia. Nuovi legami ed esperienze al limite dell’esoterico. Bern, figlio non figlio, fratello non fratello, tanto inaccessibile da risultare irresistibile. Il fascino misterioso di inconsueti concetti di spiritualità. E l’estremo rispetto per la Natura, prima di tutto.

Poi si cresce. I legami sembrano sgretolarsi per poi tornare a saldarsi in maniera ancor più solida. La masseria al centro di tutto. E ancora quella sorta di rispetto accecante, fin fastidioso, nei confronti dei ritmi della natura; roba che, a confronto, il biodinamico risulta pratica invasiva.

Ma ormai anche la vita di Teresa è diventata quella roba lì. Forse per convinzione, forse per compiacere Bern e i suoi compari. Una simbiosi apparentemente perfetta tra donna, uomo e natura; dov’è quest’ultima, però, a dettare i ritmi.

Vent’anni di Teresa scanditi a ritmo notevole alternando episodi vissuti in prima persona a racconti in flashback; il tutto a comporre un puzzle letterario avvincente e ben congegnato. Personaggi interessanti, quelli che ruotano intorno alle figure di Teresa e Bern. E tanti risvolti amari in una storia sentimentalmente tutt’altro che lineare.

Passa in fretta, il libro di Paolo Giordano, come i bei libri. E lascia in bocca il gusto agrodolce di quando non capisci bene se il finale sia ciò che avresti voluto oppure no. Perché, va bene tutto, ma per fare una cosa del genere non devi essere proprio in quadro…

Paolo Genovese – Il primo giorno della mia vita

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Metti quattro anime in cerca di se stesse a zonzo tra New York ed il New Jersey.

Metti un angelo custode alla loro guida. Metti a confronto quattro drammi personali tanto profondi da indurre a mollare tutto. Metti l’opportunità di una seconda possibilità.

Fondi tutto con una regia impeccabile ed un ritmo di quelli che ti obbligano a sacrificare preziose ore di sonno per scoprire cosa c’è dopo.

Ecco, Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese è questa cosa qui. Una settimana di viaggio di quattro disperati che hanno appena deciso di farla finita. Uno sguardo diretto e incontestabile a ciò che si è deciso di lasciare. Con la fantastica possibilità di capire e, volendo, di tornare indietro.

Uno di quei libri che ti fa chiedere “Che fine fanno i personaggi di un romanzo dopo che questo è finito?… È un po’ come se morissero“. Ma anche no.

C’è di tutto un po’, qui dentro. L’inquietudine ed il disagio di ciascuno verso la vita e i propri drammi. L’apparente incapacità ad affrontarli. La difficoltà e le conseguenze di scelte che sembrano salvare noi stessi e che pesano come macigni su tutto il resto. Luoghi ben caratterizzati e musica, tanta musica.

Passaggi comici, a tratti commoventi; pugni nello stomaco, dati con leggerezza, per chi entra nel racconto e si immedesima nei personaggi.

Una storia tanto finta, tanto impossibile, da apparire vera. Da volerci credere.

Non tutto andrà sempre bene. A volte quasi mai. La vita è una prova continua. A volte sta stretta. Basta non smettere di credere nella felicità. E provare a crescere.

Affidarsi al proprio angelo custode, lasciarsi guidare: “Io non posso garantirvi che sarete felici. Un giorno sarete la lucina accesa, un giorno quella spenta, l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla“.

Diego De Silva – Superficie

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Lo confesso. Da quando mi sono imbattuto nell’avvocato Malinconico ed in Terapia di coppia per amanti, Diego De Silva gode della mia fiducia quasi incondizionata. Quindi, a pochi giorni dall’uscita, ritengo obbligatorio tuffarmi, alla cieca -come sempre-, in Superficie (“tuffarmi in superficie” potrebbe entrare di diritto in questo libro…).

Cambio di registro. Se vi aspettate spassose storie di amori e fallimenti, resettate tutto e preparatevi alla fiera del nonsense.

Perché di questo si tratta. Forse Superficie non può nemmeno essere definito “libro”. Assomiglia di più ad un breviario di esilaranti, irresistibili minchiate. Un’accozzaglia di frasi fatte, luoghi comuni, geniali banalità montate ad arte per provocare un cortocircuito mentale. Acume e stupidità centrifugati. La sbalorditiva fiera dell’ovvio.

Ci va qualche pagina per entrare nel meccanismo. Poi però si rischia di non uscirne… Per dare un’idea: provate ad immaginare una conversazione tra Bergonzoni, Queneau e Benni (aggiungerei anche Capossela a fare da sottofondo). E, tra loro, una bottiglia di whisky già mezza vuota, naturalmente… Ecco, la sensazione è quella di una chiacchierata poco lucida tra persone lucidamente capaci di far perdere lucidità ai propri discorsi. Chiaro, no?

Una cinquantina di pagine di “Ho un socio al 50 per cento, si chiama Stato.” – “Almirante andò al funerale di Berlinguer: avrei preferito il contrario però ho apprezzato il gesto.” – “Il gioco preferito dal bambino è quello che s’inventa con la PlayStation che trova in casa.” – “Quando all’altoparlante della stazione dicono «Il treno è in ritardo per un guasto temporaneo», credono che il viaggiatore pensi «Che culo che non è definitivo»?” …e così via.

Ci sta tutto. Un esercizio di stile azzeccato. Basta che poi, però, torni anche Malinconico, eh…