Gilbert Sinoué – Il quinto quarto della luna

Vai alla scheda del libro

Ogni tanto è utile fare un salto dall’altra parte della barricata e vedere che aria tira. Punti di vista differenti servono a cercare di capire, ad avere nuove prospettive, a non fossilizzarsi sull’unica, incontestabile verità assoluta. Tanto la verità non c’è. O, perlomeno, non l’abbiamo noi.

“Noi occidentali” che abbiamo navigato in lungo ed in largo notizie e testimonianze su cosa sia successo l’11 settembre del 2001. Libri, film, docu-film, interviste, immagini a documentare l’evento che più di ogni altro ha cambiato la storia recente.

Attentato, strage, colpevoli, rappresaglia, vendetta, guerra, democrazia. Non fa una piega.

Ma raramente ci siamo chiesti quali reazioni possa aver suscitato, l’attacco alle Torri Gemelle e quali conseguenze possa aver generato sulle popolazioni di quei paesi che, a torto o a ragione, si sono visti direttamente coinvolti. Paesi già dilaniati internamente da inclinazioni opposte ondeggianti tra una retrograda forma di islamismo e la moderna ispirazione occidentale. Una visione dall’interno della conclamazione dell’era degli estremismi, del fanatismo e dell’odio preconcetto.

Non è agilissimo addentrarsi tra i racconti de Il quinto quarto della luna. Si rischia di perdersi tra i molti personaggi (tanto da dover sovente ricorrere allo schema iniziale per individuarne la collocazione) sparsi tra Iraq, Israele, Egitto. Poi Gaza, Francia, Baghdad.

Non è semplicissimo comporre correttamente le tessere di un mosaico nel quale, ma già si sapeva, non è proprio chiaro dove stiano i buoni e dove i cattivi.

Ma il ritmo incalzante del romanzo, reso sempre vivo da uno stile quasi reportistico a flash, risulta un ottimo metodo per addentrarsi con curiosità in ambienti che poco conosciamo. Contesti familiari che poggiano su fondamenta poco stabili fatte di realtà culturali, di radici religiose, di interessi politici in contrasto. Il paradosso della ricerca della normalità dove tutto ci sembra apparentemente proibito. Quei contrasti che degenerano nell’intolleranza. Quei contrasti spesso fomentati dall’esterno nel buon nome della “democrazia”. Quei contrasti dai quali vien da chiedersi chi ne uscirà vincitore, sempre che ce ne sia uno. Ma intanto, probabilmente, è meglio fuggire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *