Enrico Pandiani – Polvere

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“Polvere, gran confusione, un grigio salone, in quale direzione io caccerò la… polvere dai miei pensieri?” cantavano i Decibel di Enrico Ruggeri in un’altra vita, ed è un ritornello che mi ritorna in testa prepotente ogni volta che leggo il titolo del nuovissimo libro di Enrico Pandiani. Talmente nuovo, che profuma ancora di stampa e il suo autore sta percorrendo Torino in lungo e in largo per presentarlo a orde di lettori entusiasti.

E tra questi anche la sottoscritta, l’Ex-Furiosa.

Ero impaziente di leggere questo testo da quando a ottobre, Enrico Pandiani ne annunciò l’uscita nel corso di una divertentissima presentazione alla Biblioteca di Rosta. C’eravate anche voi? Tenetevi pronti per il prossimo futuro, si potrebbe, chissà, mah, vedremo, oh, può essere, replicare.

Nel frattempo, se volete tuffarvi in una storia complessa, originale, cruda, rassicurante, molto attuale, senza esclusione di colpi, e naturalmente polverosa, dovete procurarvi questo libro.

Se avete letto la produzione precedente dell’autore, mettete da parte un momento Pierre Mordenti, i suoi italiens, Parigi, il suo senso dell’umorismo, l’”uom di sasso” Le Normand. Anche Zara Bosdaves e il suo irritante padre farfallone, le ore passate davanti a Call of Duty, il suo assistente quasi indispensabile.

Tenete il fascino inarrestabile e il carattere combattivo dei personaggi femminili che circondano il bel commissario italo-francese, il mistero appesantito di dolore degli extracomunitari che ogni tanto increspa la vita di François, il compagno della detective friulana, e spostatevi a Torino, giorni nostri.

No, non andate verso il centro e i suoi portici, i palazzi ottocenteschi, la collina sul Po e dietro la Gran Madre, con le sue iper-ville contegnosamente nascoste dietro alberi e giardini grandi quanto un Parco Nazionale.

Dovete impostare il navigatore verso il nord della città, uno dei quartieri meno eleganti, che quando si nomina da queste parti ottiene in risposta un sorriso tirato di cortesia e un rapido svuotamento dello sguardo: Barriera di Milano. Il nome è associato all’edilizia popolare, a casermoni camuffati da case, un aspetto dimesso, piatto e uniforme in generale. Come se lo si osservasse tramite un velo di polvere, insomma. E’ la stessa polvere che troviamo a casa del protagonista, Pietro Clostermann. La sua unica compagnia include un gatto sornione dal nome imprevedibile di Gatto, e quello che fa per vivere è… non vivere, lasciandosi ricoprire di polvere.

Qualcosa di estremamente grave è successo poco tempo prima nella vita di Pietro, ex-responsabile della sicurezza di una società, che si è visto fermare la vita di botto a causa di una sua decisione azzardata. Salvare qualcuno ha condannato lui, trasformandolo nell’unico capro espiatorio di una faccenda complessa, che alla fine del libro verrà rivelata quasi per caso. Come accade, quando si spolvera a fondo una stanza o un mobile: ritornano in evidenza brillante cose che giacevano nel dimenticatoio.

Quando entriamo in casa sua, però, Pietro è ben ricoperto dal suo strato di polvere esistenziale e niente sembra poterlo riportare fuori. Se non lo squillo del suo campanello. Ci siamo appena abituati a vederlo ciondolare per casa, preparando distrattamente un Harvey Wallbanger (cocktail creato negli anni ’50 dal nome di un personaggio di un film) per sé e un filetto di nasello per Gatto, senza niente di veramente importante da fare, quando suonano alla sua porta. Sulla soglia, una donna anziana, avvolta in una tristezza talmente visibile, da essere diventata il suo vestito e il suo aspetto consueti. Il suo nome è Rosa Massafra, è una vicina di casa di Pietro, e cerca pace per se stessa e giustizia per sua figlia, Silvia Massafra, uccisa in circostanze misteriose un anno prima.

La lentezza delle indagini di polizia sul suo caso, che l’hanno a poco a poco fatta scivolare in un dimenticatoio crudele, anche se non voluto, e l’essere rimasta sola, l’hanno spinta a rivolgersi a quell’uomo che lei non conosce affatto, ma che è convinta che possa aiutarla a uscire dalla sua tragedia personale. Ha fatto qualche domanda nel quartiere, ed è saltato fuori che Pietro Clostermann è “del mestiere”, e quasi sicuramente ha qualche asso nella manica che le può rivelare come e perché sua figlia è stata uccisa.

Pietro non ha intenzione di aiutarla, all’inizio. Vuole solo non-vivere, ricoperto dalla sua polvere. Non è capace, non è “uno del mestiere”, non è Superman, non è nessuno di bravo e competente, non sa aiutare sé stesso, figuriamoci se può fare qualcosa per qualcun altro. L’angoscia dolorosissima e altrettanto silenziosa di Rosa, però, lo hanno smosso ben più di quello che gli piacerebbe ammettere, almeno al momento.

Quasi contro la sua volontà, Pietro si mette in moto. All’inizio si tratta di fare qualche domanda in giro, senza scoprirsi troppo. Non può fare niente di ufficiale, non è un poliziotto e non ha titoli di alcun genere per mettersi a fare indagini. Potrebbe finire in guai ancora peggiori di quelli che ha già sperimentato fino a quel momento. Insomma, che male può provocare mai fare qualche domanda su un caso di un anno prima, che quasi tutti hanno ormai dimenticato?

Un po’ di male, come scoprirà Pietro da vicino, lo fa. E dovrà stare attento, molto attento, che quel male non lo porti ad un capolinea definitivo. L’uomo scopre un intero mondo malato e bieco, dietro certi capannoni del Lungo Dora cittadino, e dietro le apparenze piatte e squallide di certi palazzi, di certe anonime società di import-export. Un mondo che ha le tinte scure e sporche dello sfruttamento della prostituzione, della buona fede di chi cerca una vita migliore per sé e finisce in incubi desolanti e senza fine, di spietatezza senza ritegno, senza limiti. Tutto questo, mentre nella stessa città, nei quartieri e nelle case accanto, altre persone vanno a lavorare, passeggiano per rilassarsi, incontrano gli amici, allevano figli e vivono in famiglia in totale libertà e relativa spensieratezza.

In questo viaggio nel fango umano, tuttavia, non mancano piccole perle lucide. Una bellissima giovane donna dal nome gioiosamente improbabile, che non vi rivelo perché vi rovinerei una grandissima sorpresa, si affianca a Pietro nella sua ricerca dell’assassino di Silvia. Ha i suoi motivi fondamentali, come riscattare un passato angosciante e fangoso. E non solo. Il suo arrivo nella vita di quest’uomo apparentemente finito equivarrà all’esplosione di una supernova e lo vedrete bene, da subito.

Quasi nello stesso tempo, un uomo di colore, Sebastião, entra nella vita di Pietro, poiché la sua ricerca personale s’intreccia molto stretta con le piste seguite dall’improvvisato detective. Tutti e tre, con le loro vite spezzate e ricomposte alla bell’e meglio, s’imbarcano su acque torbide e velenose per rispondere al dolore senza fine di una madre, ritrovare tregua e una nuova dimensione in sé stessi e nel mondo.

Quando entrate in casa di Pietro, scoprirete che non vorrete abbandonarlo più. Lo seguirete nei suoi spostamenti un po’ goffi per la città, gli ricorderete di preparare il cibo del Gatto e vi stupirete, se per caso non si procura le arance per il suo drink preferito. Lo guarderete cambiare, svegliarsi, rispolverare se stesso e i suoi talenti, farete il tifo per lui. Non vi importerà se non sarete coinvolti nelle sparatorie di Mordenti, o nelle scazzottate in cui Zara si destreggia con le sue mosse di aikido. Vorrete solo continuare a seguirlo e sperare che non si cacci troppo a fondo nei guai… La bravura dell’autore, qui, si rivela proprio nel fatto che non sentirete la mancanza di questi altri due personaggi, più forti e reattivi, più brillanti. E nemmeno delle ambientazioni eleganti e profumate dei piani alti, o dei quartieri prestigiosi.

Vorrete, anzi, ascoltare e leggere altre parole, altre storie come questa, capaci di farvi entrare in un’altra città all’interno della vostra città. È normale, però: è solo l’effetto dell’essere esposti allo stile e al flusso narrativo di Enrico Pandiani.

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